[mini]marketing

      Il blog del marketing minimale.

08 febbraio, 2010

Quanti CMS ho incontrato io - da Blogger via FTP a Wordpress

OK, questa citazione non mi è mai piaciuta particolarmente, e anche Ramazzotti, sia nelle versioni amaro che dolce-cantante, non mi entusiasma. Ma davvero, "quanti CMS ho incontrato io" è un po' la mia storia professionale di sempre.

Questo per dire che questa assenza di post (che continuerà credo anche questa settimana) dipende principalmente dal fatto che questo blog sta passando obtorto collo dall'attuale e storica versione di blogger.com pubblicata in FTP sul dominio (nel 2004 era in pratica una delle poche semplici possibilità di avere un blog con dominio proprio senza impazzire con il codice), a una versione hosted di Wordpress. Di mio, sarei filosoficamente contrario a qualsiasi hosting in proprio di codice, preferendo di gran lunga la sicurezza di Wordpress.com - di contro, c'è l'impossibilità di quella versione di salvare i permalink di cinque e passa anni di blog. E allora, che WP installato sia.

Altro discorso per i commenti vintage di Haloscan.com. Nonostante esista un valoroso inventore di plugin per importare questi paleocommenti, alcuni errori bizzarri bloccano l'import, e qui non si ha né la voglia né le conoscenze per metterci mano. Vedrò come fare in seguito. Conseguenze di essere degli early adopter di quando Blogger (incredibile eh!) non aveva i commenti, di suo.

Pensiero finale: non avevo mai installato un Wordpress, per fare un test di migrazione prima di fare quella vera, ci sono riuscito in quattro ore, molto part-time. Il fatto che anche io ci riesca butta un'ombra sinistra sul futuro delle web agency (chiunque vi chieda più di un giorno di lavoro per installarvi un sito con WP come CMS, che copre il 90% delle esigenze delle PMI italiane, vi sta raggirando. Per la grafica, davvero chiedetevi se ne vale la pena creare un template ad hoc o mettere mano minimamente al CSS di un template standard e concentrarvi sui contenuti. Naturalmente sapete già la mia risposta.).

Wordpress è solo un altro pezzetto di quella 'good enough revolution' che è sicuramente uno dei pezzetti del web 2.0 e che un sacco di aziende ancora non hanno capito. Non sarà un CMS enterprise grade da un milione di euro, ma fa le sue funzioni molto bene, è semplice da utilizzare, è personalizzabile, è gratuito, è diffuso, è conosciuto. Per questo è un altro piccolo passo verso quel (positivo) grande caos in quel grafico criptico che disegnai tempo fa.

PS: ovviamente, prossimamente succederanno cose strane: immagini mancanti, CSS impazziti, bastioni in fiamme, odore di template al mattino, ecc. ecc. Se ne avete voglia avvisatemi.

29 gennaio, 2010

Cartelloni pubblicitari come segnali deboli della crisi

Non sono passati nemmeno due anni dalla pubblicazione della mia tassonomia dei cartelloni pubblicitari (soprattutto extraurbani) che il paesaggio è molto cambiato e, secondo me, rispecchia inconsciamente anche il mood del mondo dell'agenzia di pubblicità in generale. Se girate per le strade statali italiane, incontrerete infatti un cimitero di cartelli disabitati, ma tutt'ora di proprietà di agenzie, che sembrano reagire in modo diverso alla depressione.

  1. Il cartellone negazionista: di solito compare un grosso indice puntato, come quello di I want you nel famoso cartello dell'esercito americano, con una frase che dovrebbe essere una call to action "Chiama ora, può essere tuo! Non fartelo sfuggire, potresti pentirtene!" Eh, sì, certo, come no.
  2. Il cartellone imbiancato: un po' triste, sotto traspare ancora il vecchio sponsor, a cui è stato sovrapposto in modo frettoloso uno strato di vernice o un foglio semi trasparente. "Potevi lasciarmi vivere, finché non trovavi un altro inserzionista, bastardo"  - sembra dire ai passanti.
  3. Il cartellone minimalista: contiene di solito solo il numero di telefono. "Chiamaci dai, mi sento solo, sai mai che costo meno di quello che pensi" sembra comunicare.
  4. Il cartellone impegnato: è quello in eterno allestimento. "Aspetta solo qualche giorno e tornerò tra voi". Eh, sì...
  5. Il cartellone ghost: è il mio preferito. E' costituito di solito da un solo traliccio alzato verso il cielo, oppure solo da un palo metallico, oppure - bellissimo - da una cornice vuota. E' il segnale metaforico della resa, del paesaggio che viene restituito, del campo visivo finalmente e di nuovo non occupato abusivamente da qualcuno che nemmeno paga il passante, ma qualcun altro (il contadino possessore del terreno a lato).



Se l'agenzia fosse veramente creativa, proporrebbe questi scheletri vuoti agli enti del turismo come guerriglia "Oggi pubblicizziamo il vostro territorio, che forse non conoscete, o non vi siete mai fermati a osservare".

Poi qualcuno dice che i cartelloni saranno l'ultimo avamposto pubblicitario a resistere alla marea dei social network: ma se devo essere sincero, ho qualche dubbio.

Etichette:

25 gennaio, 2010

Ho letto Invertising

Ho letto tutte di getto le duecento pagine di Invertising di Paolo Iabichino, libro che ha (come premessa) sicuramente il grande pregio, secondo il mio punto di vista, di non allungare inutilmente il brodo per arrivare a trecento o più pagine come altri libri.

Ampiamente condivisibile, e molto godibile da leggere, l'analisi dell'evoluzione storica e del paesaggio pubblicitario attuale, che Paolo racconta come un romanziere commenterebbe la rovina della propria patria natale, con trasporto e anche un certo lirismo.

Tuttavia, mentre il libro prosegue, le nostre strade si separano: sarà che io non ho nessuna nostalgia, né interesse nel vedere 'rinascere' o invertire la marcia della pubblicità, sarà che io non vedo l'advertising come strumento di miglioramento della comunicazione né tanto meno della condizione umana, ma come solo succedaneo preferito di chi non può o non riesce a farsi comunicare dagli altri, o anche come un intermediario tra aziende e persone fortemente a rischio; e, come ho scritto nelle 91 tesi, credo che i creativi debbano tornare a fare gli artisti, e che la creatività 'visuale' o no, non sarà mai uno strumento a favore dell'etica, delle persone, della trasparenza, e che anzi spesso è stata (e potrebbe essere) un'arma impropria al servizio proprio del contrario.

E quelle che Paolo chiama storie di Invertising (vado a memoria, in questo momento) a me sembrano più storie di NOdvertising, di cambi di strategia  'sostanziale' di aziende, che hanno avuto origine ben lontano dalla pubblicità, e di cui questa è stata testimone e partecipe giocoforza, ma non certo protagonista.

Alla fine il distacco tra come è vista la pubblicità da me (una polpetta di dentrifici, colluttori, rinfrescanti intimi e farmaci da banco al sugo di ecologissime auto sfreccianti in paesaggi infiniti) e come è invece osservata (e sperata?) da Paolo è abbastanza netto.

Un bel libro da leggere, rivolto soprattutto (a me così è sembrato, almeno) a generare una discussione intrasettoriale tramite esempi e spunti di riflessione, che non dà risposte immediate o metodi pratici di salvezza  (e se è per questo che state pensando di acquistarlo, evitate - anche se, come specifica l'editore, è comunque  un libro soddisfatti o rimborsati :).

[disclaimer: il libro mi è stato regalato da Paolo, quindi se pensate che questa recensione sia viziata da conflitti di interesse, consideratela pure nulla]

21 gennaio, 2010

Business plan alternativi - il baratto marketing vs agricoltura



Scambiare consulenze di [mini]marketing con prodotti alimentari a chilometri zero, visitando  a domicilio, con un furgone branded, piccoli produttori locali DOP,  tenendo loro un corso intensivo di una giornata, di cui mezza dedicata al marketing offline e mezza dedicata al marketing online/social. Il pranzo e la cena a base di prodotti locali sono a carico del produttore, mentre i materiali e il corso sono 'chiavi in mano'. Lo scambio avviene direttamente a fine giornata, caricando il furgone branded.
Avevo pensato a questa possibilità girando per l'Italia, e stupendomi delle enormi possibilità di promozione di piccoli produttori che con un po' di marketing (di tipo buono) possono disintermediare la distribuzione e vendere direttamente (in loco e online) con successo, e confrontandoli con gli obbrobri che il marketing del cartello scarabocchiato fai-da-te espone in giro, e constatando che, in tempo di crisi soprattutto, non è che ci si possa permettere di spendere soldi per il marketing, ma prodotti, perché no? Okay, sono sempre ispirato anche dal marketing del cocomero, uno dei primi post di questo blog e dalla saga del marketing insegnato (d)ai negozianti.

Non credevo che questo mio business plan alternativo, di cui la descrizione in alto costituiva l'elevator pitch (soprattutto per la conversazione da fine cena, non so se funzioni altrettanto bene in luoghi come Working Capital) potesse essere realistico, ma stamattina, ascoltando il miglior corso d'inglese gratuito esistente, ESL Podcast, ho sentito di come negli States, in tempi di crisi, si stia riscoprendo il baratto, e di come marketer appunto vanno dai farmer e - voilà - li istruiscono su come promuovere la loro fattoria, e poi tornano con un bel carico di bistecche. Stupendo.

(foto inviata da Roberta Francesconi - Recanati)

Etichette: ,

18 gennaio, 2010

La sdraio e la parabola del business model

Fase uno: everything wants to be free.

Un paio di anni fa giusti avevo notato come uno dei rifugi appenninici aveva deciso di rompere le convenzioni offrendo la sdraio gratuitamente, in quanto, il gestore sosteneva che "loro non erano nel business del noleggio degli sdraietti, ma in quello di attrarre le persone". Il rifugio era pieno e le sdraio tutte occupate, ovviamente.

Fase due: arrivano gli amministrativi
L'anno scorso deve essere arrivato il perfido controllo di gestione, a dire che "avete perso almeno millemila euro in mancati noleggi, l'anno scorso" e quindi il noleggio è stato portato a tre euro. Il rifugio, essendo meno soleggiato di altri, ha perso molte persone e ha noleggiato al più due o tre sdraio a giornata. Le sedie a sdraio rimanevano tristemente impilate.

Fase tre: arriva il perfido marketing
Quest'anno la formula è inedita: con un acquisto al rifugio di almeno dieci euro, uno sdraio a noleggio, in regalo. A parte che non si capisce se lo sconto è riservato a un unico scontrino, se è cumulativo per giornata o se si può fare un collettone di scontrini tra vicini di tavolo, davvero, non ho visto nessuno andare a elemosinare la propria sdraio in gentile concessione. In compenso, la gente è più o meno quella (scarsa) dell'anno scorso e la pila di sdraio intatta e ormai arrugginita dal tempo.

13 gennaio, 2010

Twitter marketing - i tweet postumi

Qualche settimana fa Michele Polico, che cura il blog Social Media Marketing, ha pubblicato per Ledizioni nella collana "Marketing?" in formato print on demand ed ebook il libro dal titolo Twitter Marketing (composto di 140 tweet ognuno, ovviamente di 140 caratteri al massimo), dedicato soprattutto alle aziende. Oltre ai suoi, ha deciso di chiedere ad alcuni netizen dei guest-tweet da inserire nel manuale. Quelli mandati da me erano i seguenti (nel manuale, lui poi ha inserito il n. 6) e visto che ormai li ho scritti, li riciclo; che ne dite, hanno senso?
  1. Non sottovalutare il 140, twittare con successo comporta comunque passione, pazienza, personalità - e prodotto.
  2. Una strategia di successo su Twitter è 50% ascolto, 25% creatività, 25% conversazione. Potete permettervelo?
  3. Qualunque automatismo che promette di farvi risparmiare tempo, su Twitter, è un falso amico.
  4. Tutte le tattiche e le furbizie per ottenere e facilitare i retweet, sono *bullshit*. Please RT :)
  5. Non dimenticare mai che il defollow è più semplice in Twitter che in una newsletter.
  6. Se considerate davvero la vostra audience di twitter, integrate sul vostro sito quello che dice *lei*, non quello che dite *voi*.

Etichette: , ,

10 gennaio, 2010

Il dialogo web secondo Credem




La montagna è quel posto in cui tu leggi il giornale locale con l'aspettativa che nulla, dico nulla, sarà benché lontanamente correlato al lavoro che fai, e che soprattutto non ci sia nulla che ti interessi se non con lo spirito simile a quello della Gialappa quando commentava quella strana copia di Giochi Senza Frontiere in salsa giapponese.

Quindi, quando mi è cascato l'occhio su questo titolo, immaginate un po' lo sgranamento di occhi. "Credito Emiliano, dialogo web coi clienti"? Continuo: "una parte di Credem.it è lasciata ai clienti." O-mio-dio. Banche? Ho pensato ragazzi ci siamo, ecco il thread di Friendfeed che si avvera, `time has come' ecc. ecc.

Avanti, ancora più eccitato: "Spiega Maurizio Giglioli, direttore marketing - il web ci permette di ascoltare ciò che i clienti vogliono dirci". Oh, signore, grazie!

Poi arrivo a "alle segnalazioni non verrà data risposta, ma l'obiettivo è di trasformarle in azioni concrete o semplicemente in comunicazioni più chiare alla clientela". Puf, mi sono sgonfiato come un pallone della Nivea finito contro il cespuglio del giardino di casa.
Non so voi, ma io faccio fatica a capire quale sia il tipo di dialogo che possa prescindere dalle risposte.

Non sono andato a vedere il sito fino a stasera, quando ho scoperto che la parte del sito lasciata ai clienti è un quadratino di due centimetri quadrati, in cui c'è un micro modulo, clicchi invio, e buonanotte. Il francobollo è questo.


Naturalmente hanno senza ombra di dubbio il 93% di clienti soddisfatti (chi non li ha, se paghi una società apposta per dirtelo), ma nell'improbabile situazione in cui tu non sia tra questi, beh, butta una frase lì, e sicuramente qualcosa succederà.

Io mi chiedo se serva essere dei social media expert o semplicemente delle persone che applicano a sé stesse le situazioni che pensano di imporre ai propri clienti, per non pensare che tutto questo è assurdo. Comunque, ho appena lasciato un messaggio: il link a questo post. Vediamo cosa succede.

22 dicembre, 2009

Una specie di bilancio del 2009

Avrei voluto scrivere uno di quei bei post conclusivi e rotondi di fine anno, in cui si fanno bilanci, si scrivono i propositi, si cercano di fare previsioni. Anni fa lo facevo. Poteva essere l'occasione di celebrare anche i cinque anni e mezzo di questo blog, che quest'anno non ho nemmeno scritto il post di compleanno, perché un po' me ne ero dimenticato, un po' mi annoiava la cosa.
Ma niente, sono sopraffatto da questa neve che continua a cadere come in quel racconto di Joyce, e non riesco a scrivere più di una misera lista di OK e KO del 2009. Pronti, via.

OK

  • la mia capacità di riconoscere in rete (e grazie alla rete) fantastiche persone anche da pochi indizi (non fatemi fare elenchi, tanto chi lo c'è lo sa). Persone che se fossero state investimenti avrebbero avuto un ROI stellare, tanto per usare parole consunte. Questo è il punto principale.
  • il drastico cambio lavorativo: mai nel 2009 mi sono trovato a rimpiangere quel passo, o di aver lasciato un lavoro (tutto sommato) ben pagato, comodo e già conosciuto per cercare qualcosa di diverso.
  • la voglia di scrivere, di interpretare e prevedere fenomeni, e di conoscere persone nuove: la rete non smette di stupirmi, continuo come un viaggiatore ad andare avanti, fino ai confini, anche se ormai sono consapevole che questi non esistano (ricordate la storia di quello che pensava che la terra non fosse piatta, ma rotonda, partì per cercare le Indie da ovest, ecc. ecc.).
  • ho abbastanza affinato le mie performance di presentazione in pubblico, a livelli che mai avrei pensato quindici anni fa, superando anche vari limiti caratteriali. Ora mi resta di capire quando presentare e dove, e quando no. Per il momento, ho deciso che partecipo aggratis solo agli eventi a ingresso libero e senza scopo di lucro, salvo rare eccezioni. Anche perché mantengo la volontà di non ripetere e riciclare sempre le stesse presentazioni a ogni evento (a meno che non sia espressamente richiesto, ovviamente :)
  • la coerenza nel non andare contro i propri principi, in varie occasioni, anche quando avrebbe fatto comodo.
  • l'aver scelto e partecipato ad alcuni progetti a supporto di imprese che nel loro genere, sono uniche, o coraggiose, o sono uscite dagli schemi, o sono outsider: il blog di Ceramiche Lea e il suo percorso di autoconsapevolezza dei mezzi 'sociali', sincero, interiorizzato e non superficiale, o il business plan creato con e per Simulclinica (la startup di Marco Fabbri - vedi il primo punto della lista - e soci merita davvero la vostra attenzione - il loro progetto cerca di mettere assieme tecnologia e miglioramento del mercato della formazione medica, quindi vivaddio fuori dai soliti schemi delle startup che cercano di rifare "il nuovo Twitter"), o la ridefinizione della presenza online di Simplicissimus Book Farm, in una di quelle rarissime collaborazioni in cui a volte pensi che dovresti essere tu a pagare il cliente, quantomeno per l'ispirazione che un personaggio come Antonio ti infonde a ogni incontro. Eppoi per la soddisfazione di essere associato a lui in questo momento in cui tutti santificano gli ebook, gli stessi che quattro anni fa gli davano del pazzo visionario).
  • l'acquisto dell'iPhone: lo consideravo una sfighettaggine inutile, e invece ti cambia la vita. Mai più senza, davvero. Questo strumento, assieme ad Android, accelererà il groundswell globale, vedrete.
  • le 91 tesi: sono andate ben oltre i confini di questo blog, che era poi l'obiettivo iniziale dell'ebook. Devo ringraziare di questo tutti i commentatori e coloro che l'hanno rilanciato, Antonio (per la versione epub e pdf), Ledizioni e Mentine (per le versioni cartacee). E inoltre, date un'occhiata al sito delle tesi - su Google Apps e integrato con Facebook Connect, realizzato gratuitamente dal vero guru del social software, Marco Brambilla - a proposito ancora del primo punto in alto)
  • i quattro mesi autunnali nel mondo delle moto: è una vera opportunità di vedere cose diverse, di toccare prodotti veri e intensi e pieni di passione, e di toccare con mano zone "sociali" che mai avrei visitato spontaneamente, di plasmare persone e attività. Un viaggio umano e professionale bellissimo.
  • la follia utopica di continuare a credere che la rete (soprattutto quello che chiamiamo stancamente 2.0) abbia un senso (nel mio settore) solo se va nella direzione di spingere a cambiare e migliorare il marketing (o a ucciderlo, a seconda dei casi), le aziende, e in generale questo mondo, e la voglia di continuare a lavorare sempre con questo higher purpose in mente, che riesce a dare senso a questo altrimenti insensato circo barnum che avrei abbandonato da tempo, soprattutto quando  vedo molti riciclati dell'ultima ora furbescamente sguazzarci e prosperare con l'unico ideale dell'euro.

KO
  • il fatto che questo blog stia diventando troppo serio (palloso, anzi) - ecco il rimedio: per l'anno prossimo almeno due rubriche sorelle del format "il marketing insegnato (d)ai negozianti", almeno un paio di post al mese, e che diamine!
  • Ho dato troppo poco spazio alle citazioni da altri blog e me ne scuso - non lo faccio apposta, è che l'idea del post mi viene di più da solo, e non mentre leggo altri blog. Le citazioni le faccio su Friendfeed - ah, a proposito, mi sa che il Tumblr lo lascio al suo destino.
  • il fatto che sto diventando talmente severo nel controllo qualità preventivo dei post, che finisco per pubblicare pochissimo qui.
  • la dispersione di tempo (ma soprattutto il calo di creatività) in alcuni momenti, dovuti alla troppa immersione nel social network - almeno per il modo e lo spessore minimo con cui intendo personalmente il contatto/amicizia. La voglia di conoscere e di sapere ti porta a un punto estremo in cui rischi una specie di bulimia informativa, e di uccidere la tua personalità e la tua creatività, e a volte l'autostima.
  • nonostante il tentativo di Marco, niente, non ce l'ho fatta proprio a lavorare per più di due mesi per il 2.0 del quasimonopolista telefonico contro le cui pratiche commerciali borderline ho combattuto per tutta una parte della mia vita professionale. Roba da analisi psicologica freudiana.
  • la scarsa capacità di farsi pagare per il tempo e le idee - e per esempio di dire no a un sacco di gente che pretende di pagarti con l'onore di farti presenziare alla loro convention ammuffita per la quale spilla fee a tre zeri agli ignari partecipanti, che si troveranno ad ascoltare marchettone aziendali, in gran parte, almeno.
  • mi è spesso mancata la pazienza nel constatare che molte aziende (anche quelle fighe e grosse, dal di fuori, anzi, soprattutto quelle) sono indietro di cinque anni rispetto alle aspettative di comunicazione dei loro clienti: stanno vivendo nel 2004. Bisogna spiegarli tutto, dall'inizio, ogni volta. Una fatica. Anche per questo il progetto di Dogma91 si è un po' arenato, purtroppo. E poi il nome non mi piace più, non so perché. Da rifondare. (mi è venuto dopo in mente un commento di Maurizio (vedi punto 1, again) che suonava come "solo un piccolo problema, siete troppo avanti")
  • (sembra un paradosso) ma è da migliorare la promozione di sé stessi: quando vedi certe persone millantare senza timore e fare bragging selvaggio, capisci che non è poi così intelligente sorvolare sulle cose (vere) che hai creato o scritto. E' che ho una specie di blocco nel parlare dei miei progetti lavorativi qui. Non so se sia un bene o un male.
  • niente, non riesco ancora a superare il mio terrore per la burocrazia italica da freelance/imprenditore/partita IVA. Dovrei essere adottato da un commercialista, forse. Oppure mi ci vorrebbe un private equity personale che acquisti un 50% di me stesso.
  • il mio rapporto con il Macbook: penso che lo venderò*. In un anno ho cercato di renderlo una estensione di me, ma non ci sono riuscito. "Sei bellissimo, affidabile, elegante, snello, leggero, ma io ho bisogno di altro, di brutto, di umile, che non mi distragga mentre lavoro. Non sei tu, sono io. Ecc." Terrò un XP aziendale e un Ubuntu personale, e sarò felice così: meno noto quale sistema operativo sto utilizzando, meglio sto.
  • Il mio post sotto l'albero 2009 non era granché, oltre che in forma anonima - anche se si capiva, in fondo, che era mio.
  • Dovrei fare la lista dei post migliori dell'anno, ma sono troppo pigro per farlo. Sono meno di un centinaia quelli dell'anno, rileggeteveli qui a lato mese per mese, e fatemi sapere - se volete - quale secondo voi è il migliore post dell'anno. Per ripagare i vostri sforzi, tra tutti quelli che commenteranno qui sotto (o su Friendfeed) e voteranno verrà estratto un libro rosso con 91 tesi (ecco, anche qui dovrei fare più promozione, forse. Anzi no, che nel libro c'è scritto Non è la vostra promozione ma la loro conversazione a differenziare il vostro prodotto, e provocare un acquisto. Quindi.)
  • ho sicuramente dimenticato di rispondere a mail in cui mi si chiedevano commenti, opinioni, interviste, aiuto per tesi - i video virali oramai non li mandano più o quasi, per fortuna. Sorry, sono stati mesi intensi.
Tutto qua, sicuramente ora dimentico qualcosa o qualcuno, chiedo perdono preventivo.

Un augurio per un 2010 senza noia e senza patemi, a tutti voi, di cuore, che mi onorate delle vostre visite e dei vostri commenti. Ci si vede a gennaio, puntuali, qui.

*accetto proposte di acquisto, e mando a richiesta caratteristiche e prezzo. Eh, che questo blog sempre minimarketing si chiama!

16 dicembre, 2009

Dal Gabibbo al social CRM (o VRM)




Ogni tanto in Friendfeed succedono ancora cose inaspettate, come, per esempio, che un innocuo thread si trasformi in un sistema di customer relation management collettivo, continuativo e collaborativo con centinaia di interventi, iniziato dagli utenti e non dalle aziende, con un processo che ricorda il (piuttosto arenato) progetto VRM, ma destrutturato e totalmente improvvisato, e in cui -- colpo di scena! -- partecipa anche un account aziendale (o che si spaccia per tale).

Niente di nuovo, si dirà. C'erano e ci sono i forum per questo, da anni. Ma la ricercabilità su Google dei contenuti, oramai istantanea e molto migliorata in Friendfeed (e sul resto dei social network "aperti" come Twitter, mentre è ancora nulla in Facebook) rispetto a oscuri forum d'antan spesso non indicizzati o sotto obbligo di registrazione, fa sì che sia Google stesso a provvedere a creare autonomamente questi bizzarri hub di autosupporto casuali, senza bisogno di strategie di customer care, di studi di usabilità, di riunioni multiple sul numero di campi obbligatori nei form di contatto o sull'integrazione con mammuth alla Siebel.

Certo che questo esempio sia stato generato da un sito che si è autonominato Kindle Italia senza che Amazon ne sapesse nulla, con una partita IVA "europea", e che prima aveva sede legale a Tortona, e poi a San Marino da un fermoposta, che poi sembra averne disconosciuto la conoscenza, poi a Londra, e che a leggere la discussione non sembra essere tanto in grado di spedire al cliente i Kindle (che essa stessa acquista su Amazon, in quanto si definisce Shopping assistant) tanto da mettere nel panico i suoi stessi clienti, beh, è solo il segno che il grado di co-produzione e co-operazione che si sviluppa in rete è direttamente proporzionale alla gravità del problema percepito dagli utenti.

In generale, però, rimango convinto del fatto che kings don't start revolutions; le aziende non cambieranno il modo di fare supporto (e ignoreranno il VRM) finché non saranno obbligate a cambiare, e cioè dal momento in cui gli utenti si organizzeranno autonomamente in modo continuato per supportarsi reciprocamente e spandere su Google la loro voce, facendosi da soli i propri Gabibbi. E forse, è anche giusto così.

09 dicembre, 2009

Cose che ho imparato in quattro giorni offline



Grazie al fatto che H3G non copre con il suo segnale il paesino montano in cui vado normalmente in vacanza, ho vissuto quattro giorni come si faceva nel 2001: totalmente scollegato con il real time web, e con a disposizione solo un iphone, offline, una TV nazionalpop a sei canali e qualche giornale locale comprato in edicola. Ecco cosa mi porto a casa:
  1. il real time mi porta(va) via troppo tempo e troppa energia mentale: Friendfeed e Twitter sono talmente cresciuti, in termini di contatti e di produzione di contenuti, che anche l'attività stessa di impostazioni di filtri e liste, allo scopo di limitarne il tempo profuso verso argomenti interessanti, occupa troppo spazio, in clic in hide, filtra, lista, nascondi, ecc. Gli amici degli amici, per esempio, ormai provocano più rumore che utilità vera: quando erano pochi, potevano essere una goccia di serendipity utilissima. Ora sono un continuo flusso di notizie casuali, oppure un ripetersi di thread già visti e stravisti, per chi almeno abita in Friendfeed da quasi due anni e Twitter da tre. Ogni twit, post di Friendfeed (anche sleggiucchiato o solo addocchiato) porta via almeno 10 secondi, anche se non mi interessa, al solo scopo di capirne il contesto e valutarne l'interesse. Mi spiace, la vita è troppo breve per usarla così. La soluzione: limitarne di molto la consultazione, abbassare il numero di following. Se siete di quelli che si offendono o la prendono sul personale per essere defollowati, vi chiedo scusa in anticipo, e naturalmente liberi di contraccambiare, vi capisco.
  2. il mio iPhone è diventato il mio iPod-libro. Ci ho letto white paper e report su PDF che giacevano morti in una directory del Mac, e perfino l'arretrato disumano di Google Reader, su Mobile RSS (basta visitarlo mentre si è collegati alla rete, lui si scarica i post, e poi li lascia visitabili offline -- a parte le foto). Considerazione aggiuntiva: l'iPhone non cannibalizza, all'opposto apre il mercato all'abitudine alla lettura elettronica, poi Amazon e gli altri raccoglieranno il diluvio che ne seguirà. Gli ebook sono davvero alle porte, poi la percentuale di mercato si spalmerà su dispositivi diversi a seconda della lunghezza e della quantità di letture (Kindle, Iliad, iPhone, Android)
  3. Google Reader: dopo aver svuotato da offline tutto l'arretrato di 1000+ post per 200 e oltre feed, ne deduco che devo rivalutare e dare priorità futura ai feed americani. Mentre da noi si discute spesso di niente, o si fa rassegna stampa di campagne, e molti blog giacciono abbandonati o quasi, laggiù almeno per il marketing si trovano sempre idee nuove (se si riesce a superare la nausea da ripetizione di "socialmedia" in tutti i post), e sembra che i blog siano tutt'altro che in crisi, che abbiano raggiunto la loro dimensione ideale, cioè lo strumento perfetto per chi ama scrivere e per chi ama leggere cose diverse dal mainstream.
    Inoltre, da rivalutare gli shared items condivisi dai contatti di Google: molto più interessanti degli elementi rastrellati dai FOAF di Friendfeed.
  4. La email: davvero, voglio ricevere in posta, per dirla con Chris Anderson, solo messaggi scritti da una persona in carne e ossa, e rivolti solo a me: il senso della mail è solo questo. Tutto il resto, cestino.
  5. La TV generalista ormai è chiaramente tarata su un pubblico con intelligenza, interessi, curiosità molto inferiore alla media (o almeno sulla parte stupida che c'è in tutti noi). E la pubblicità, idem. La vita in diretta di persone già morte intellettualmente.
  6. I giornali locali: altri sopravvissuti sempre uguali da dieci anni, come se niente fosse spremono ancora un euro per 100 grammi di carta riempita con notizie insulse e superficiali a coloro che non hanno accesso a qualcosa di diverso, per cultura o per età; pieni di tutto e di niente, troppo estesi geograficamente per essere locali veramente, troppo gonfi di pubblicità fai da te e svenduta a poco prezzo a gente su cui fa ancora colpo "l'essere sul giornale". Il loro valore non supera i 20 centesimi a copia. Per forza il mio edicolante ha trasformato il locale in un bizzarro mix di Casinò cheap e negozio di giocattoli - ha capito che questi hanno i mesi contati.