Message in the (shared) bottle

Se c’è una cosa che mi fa (irrazionalmente, lo ammetto) sorridere sono tutti questi cosmetici e saponi che vedo sbucare nel mio bagno con nome, claim e istruzioni, tutto riportato in tre lingue, manco fosse Berlino nel ’72. A giocarsela sono invariabilmente italiano, spagnolo, portoghese e greco. L’Italia è il primo in alto, di solito (almeno per il momento).
E mi fa sorridere perchè, a dispetto dei tentativi milionari delle varie Unilever, P&G e C. a colpi di sofisticati spot vellutati e patinati di spuntare un premium price, di cercare la differenziazione dalla masnada delle white labels, evidentemente e umilmente sono prodotti chedevono fare i conti con gli economics ristretti per pagarsi il flacone localizzato e dedicato. Altro che lovebrand. Non ce la fanno proprio, devono chiamare in aiuto i greci e i portoghesi, per finire di pagare la shared bottle.
E pensate ai poveri compratori portoghesi, al loro orgoglio nazionale ferito, con quel sabão scritto in fondo in basso, in piccolo.

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7 Commenti

  1. Pubblicato 28 giugno 2006 alle 9:32 AM | Link Permanente

    La cosa inquietante è che non siamo sempre la prima lingua…
    Io ho visto molti prodotti in cui il greco è al primo posto, e un po ci sono rimasto male.

  2. Pubblicato 28 giugno 2006 alle 11:20 AM | Link Permanente

    Mi domando però quanto possa essere il risparmio industriale rispetto al possibile potenziale di avere una superficie disponibile per comunicare decentemente. Onestamente, se penso che molti dei detergenti Colgate Palmolive per il mercato europeo vengono prodotti in Italia, ho il sospetto che siano ben maggiori i costi di scarrozzarli in giro per l’Europa…

  3. Pubblicato 28 giugno 2006 alle 9:26 PM | Link Permanente

    Ma e’ possibile che io non trovi mai le etichette “etichettate” in italiano?
    Va bene, accettiamo anche l’ebraico.

  4. Pubblicato 29 giugno 2006 alle 11:50 AM | Link Permanente

    Questo accade anche in altre zone d’Europa ? Per esempio, danese-svedese-norvegese o altro ? Se no viene il sospetto che abbiano aggregato le lingue dei “terroni” (nella loro concezione s’intende)

  5. Pubblicato 30 giugno 2006 alle 10:53 AM | Link Permanente

    Io credo che l’operazione portata avanti dalle multinazionali, sia una normale operazione di economia-di-scala. Pensate solamente ai costi che una normale piccola società dovrebbe sostenere per acquistare le materie prime, progettare il packaging e realizzare concretamente il prodotto, nonchè la manodopera. Mi risponderete che è possibile esternalizzare. Sono d’accordo. Ma i costi sarebbero comunque “sufficientemente” elevati. Ecco quindi la trovata di usare lo stesso packaging per più mercati.

  6. Pubblicato 1 luglio 2006 alle 6:03 AM | Link Permanente

    Nulla da eccepire sulla tua corretta riflessione sul packaging, ma visto che le etichette nella stragrande maggioranza dei casi sono pellicole adesive, qualche sforzo in più lo si potrebbe fare…

  7. [mini]marketing
    Pubblicato 1 luglio 2006 alle 9:57 AM | Link Permanente

    si, i vantaggi di costo sono chiari. anche se con le tecniche di stampa moderne i vantaggi della scala sono sempre meno. ma cmq questi mezzucci stridono con la patina lussuosa che certi prodotti vogliono darsi…

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