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Message in the (shared) bottle

Se c’è una cosa che mi fa (irrazionalmente, lo ammetto) sorridere sono tutti questi cosmetici e saponi che vedo sbucare nel mio bagno con nome, claim e istruzioni, tutto riportato in tre lingue, manco fosse Berlino nel ’72. A giocarsela sono invariabilmente italiano, spagnolo, portoghese e greco. L’Italia è il primo in alto, di solito (almeno per il momento).
E mi fa sorridere perchè, a dispetto dei tentativi milionari delle varie Unilever, P&G e C. a colpi di sofisticati spot vellutati e patinati di spuntare un premium price, di cercare la differenziazione dalla masnada delle white labels, evidentemente e umilmente sono prodotti chedevono fare i conti con gli economics ristretti per pagarsi il flacone localizzato e dedicato. Altro che lovebrand. Non ce la fanno proprio, devono chiamare in aiuto i greci e i portoghesi, per finire di pagare la shared bottle.
E pensate ai poveri compratori portoghesi, al loro orgoglio nazionale ferito, con quel sabão scritto in fondo in basso, in piccolo.

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  • Qui scrivo — più o meno seriamente — di (un)marketing, social business ed eCommerce. Ma anche di negozianti, e di altre combinazioni tra persone e prodotti, online e offline. (No, il bambino in alto non sono io)

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