Come condurre un superbrand offline consolidato – che ha tutto da perdere, visto che è già top of mind, arrivato, con una sua identità ben precisa - nel mondo del web 2.0, senza farsi sballottare di qua e di la’ come una barchetta nella tempesta, posto che la direzione del vento non la puoi più dirigere tu?
E se bisogna parlare un linguaggio umano, come fare, senza rischiare di perdere l’aura da brandgod che è quella che vende?
Come inserirsi nel flusso dei contenuti generati dagli utenti, senza manipolare, ma anche senza rimanerne tagliati fuori o apparire ridicolmente vestiti da festa 2.0?
Come fare comarketing con gadget interessanti e cool, senza rischiare il giudizio universale?
Bisogna rispondere ai blog aggressivi e buttarsi nella mischia? O è meglio – posto che don’t be evil - ignorare? Qual è il livello di trasparenza accettabile?
Come creare qualcosa di alternativo, che circoli, ma che non sia poi in fondo in fonda solo gnocca e roba bizzarra e senza sfociare nel trash e quindi intaccare l’immagine aziendale? Certo se sei Diesel, puoi anche diffondere provocazioni come questa, ma se non lo sei e non lo vuoi diventare?
E’ bello dire che il concetto di campagna è morto, ma se hai un team di n decine di persone, dovrai pure focalizzarli su alcuni progetti precisi?
Come essere mainstream, e al tempo stesso, non essere linciati dalle folle no-logo del web 2.0? (Perchè finchè sei minoranza, sei portato sul palmo dai blogger, ma se sei mainstream, dagli alla corporation!)
Come usare marketing alternativo, ma che contribuisca alla crescita – vera – del coinvolgimento del tuo utente/cliente al tuo brand, e non lo stupisca solo per un millisecondo?
Come utilizzare cose tipo Second Life, se la profilazione della seconda vita è totalmente diversa (magari fosse solo opposta) da quella della vita reale (dove le cose si comprano con i soldi veri)?
Come coniugare i siti flashemotional con i dettami del web 2.0?
Riflessioni interessanti da incontri interessanti, sarebbero ottime per una presentazione al Barcamp o per un bel meme. Probabilmente non esistono risposte univoche, anche sorvolando sulle differenze peculiari tra brand e brand. Il presente è troppo fluido per dare risposte, e il passato anche solo di due anni fa non è riutilizzabile, obsoleto. E comunque ci dice più cosa non fare, piuttosto che cosa fare.
Credo che si debba navigare a vista, intendendolo nel senso migliore del termine, cioè basandosi su flessibilità, visione in campo lungo, prontezza di riflessi, strumenti di rilevazione ben presenti e accesi. Niente piloti automatici.
E che dobbiamo essere pronti anche ad accettare inevitabili gaffe, errori, flop che la prossima fusione dei brand offline nel mondo online comporterà, e comunque anche per questi ultimi sarà comunque meglio che starne fuori – perchè comunque qualcuno ti trascinerà dentro- .
Dobbiamo essere forse – come blog, come persone – forse un po’ più comprensivi delle obiettive difficoltà di chi sta in prima linea.
Se qualcuno vuole dire la sua, o nei commenti o sul suo blog, prometto di mettere ex-post il link a tutti qui sotto. Oddio, ho fatto un meme?
OT: sto postando dall’aeroporto di Bologna, sono scomparsi quei buffi e inutili totem per navigare, lasciando inconsapevolmente aperte delle splendide, utili e umili prese di corrente gratis. All’uscita 18, precisamente.
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Urca, così tutto insieme ;)
Partecipa al prossimo marketingcamp e ne parliamo. Per il resto questo post offre una visione di insieme, ma il mio consiglio è di cercare di spaccare la tua analisi in sottotemi con post dedicati: brand nella tempesta 1, 2, 3 ecc. Dalla discussione poi sarebbe interessante raccoglierne gli elementi centrali in un documento, perchè le conversazioni sui blog sono interessanti ma spesso si perdono e poterle fissare mi pare di estrema importanza.
vengo da una riunione in cui abbiamo proprio parlato di questo…
non ho soluzioni ma abbiamo definito un approccio alla relazione con le persone:
0) la mission, l’architettura e gli obiettivi della marca devono essere estremamente chiari
1) bisogna mappare i needs/wills della amrca con quelli delle eprsone
2) analizzando gli incroci della matrice di cui al punto 1 bisogna individuare degli ambiti interessanti per entrambi
3) ciascun ambito deve essere analizzato e approfondito allo scopo di definire uno o più “driver di relazione”
4) individuati i driver questi devono essere analizzati in due direzioni: verso l’alto ai fini della loro compliancy con la strategia complessiva di cui al punto 0, verso il basso in termini di possibilità di sviluppo progettuale.
tutto questo approccio deve essere assolutamente laico (cioè non anteponendo le soluzioni tipo “bisogna fare un blog”) e “media neutral”.
facile, no?
hai ragione, maurizio… ma io scrivo di getto.
per il mktgcamp, vengo a fare le domande :)
andrea, w i driver e le matrici! (grazie del contributo)
andrea, mica pensi di cavartela così ;)
questa è una di quelle conversazioni dense che se l’abbandoniamo non torna più. Da che parte si comincia?
Carina l’idea del mktgCamp…
Penso che le risposte, almeno quelle teoriche, si possano trovare nel permission marketing (e suo padre il 1 to 1). Traslarle in pratica di pubblicita’, ad esempio, e’ pero’ un compito non sempre semplice.
Non vorrei banalizzare, ma un ottimo punto di partenza per me spesso e’ stato: “Noi siamo bravi in xxx perche’ ti portiamo yyy. Vieni sul nostro sito e zzz”. Dove xxx sono chiaramente le competenze/features, yyy un vantaggio/appeal generico che possa poi essere personalizzato successivamente per ogni membro del gruppo di riferimento e zzz la campagna di permission (che porta anche alla personalizzazione del messaggio).
Paolo, hai scritto un libro in quattro righe ;) non si può dire che ti manchi la sintesi ;)
ciao paolo,daresti una definizione a un non adepto di “permission mktg”?grazie!
Bellissima riflessione.
Seocondo mè oltre a tutte quelle parole difficili che avte detto (e se le avessi capite giuro le condividerei). Bisogna partire dal punto piu lontano, il prodotto.
solo alcune considerazioni, dettate dall’esperienza (e comunque sono d’accordo sul fatto che un tema così vada affrontato in modo più strutturato). non sono breve, scusatemi in anticipo ;)
Un superbrand ha, presumibilmente, impiegato decenni per diventare quello che è. Di conseguenza non si può pensare di intaccarne limmagine attraverso operazioni che non garantiscano in ogni momento di dirigere la barca, impedendo che il vento la porti di qua e di là. Allora come fare a condurre questo brand nel mondo del web 2.0? Una precisazione: il web 2.0 è, in una delle sue definizioni possibili, un aggregato di strumenti e un modello di comunicazione insieme. Da un lato cè lidea del mercato come conversazione (qualcuno si ricorda di quando, negli anni 80-90, si diceva che il mercato è uno scambio di segni? Sento che cè se non altro assonanza tra le due affermazioni, bisognerà che ci rifletta un po), dallaltro laccesso alla conversazione attraverso gli strumenti più vari. Intuitivi, immediati, praticamente alla portata di tutti.
A questo punto cè da fare una scelta di campo. Voglio inserirmi nel flusso degli User Generated Content già esistente o me ne voglio creare uno mio? La differenza è enorme: nel primo caso dovrò espormi, scendere probabilmente a patti, studiare forme di partnership non lesiva dellidentità di nessuno, e assai probabilmente qualcosa andrà storto e qualche sensibilità ne risulterà urtata; nel secondo caso farò un po di lavoro in più allinizio, ma poi sarò a tutti gli effetti il padrone di casa, con la sua corte. Da quello che dici non si capisce se questa scelta è già stata fatta o è da fare, ma io propendo sempre per la seconda. Se non sono Diesel (nel senso che la mia immagine/identità non mi consentono questo tipo di operazioni, perché ne potrebbero risultare intaccate), e rischiare significa rischiare molto, con tutta probabilità avrai la potenza di fuoco sufficiente a costruirti il “tuo” mondo 2.0 (uno spazio di aggregazione, l’uso massiccio degli strumenti, e così via), grazie anche al supporto dei media mainstream e delladv online tabellare (croce e delizia). Una volta fatto questo, e di per sé si fa abbastanza facilmente (ho detto abbastanza, che non vuol dire che sia una passeggiata), si può anche andare per mari sconosciuti, costruire la casa del brand in Second Life, far girare i video (magari quelli che il direttore marketing non vorrebbe mai vedere pubblicati sul suo sito) su YouTube, insomma, andare sullesistente.
In tutto questo, il brand si tenga stretto il suo sito flashemotional, beninteso, perché è lì che si svolge la sua attività di comunicazione principale; sarà lì che si potranno trovare le informazioni, i prodotti, ecc. ecc. Il sito è un asset fondamentale della marca, soprattutto in termini di core business; quello che va ripensato è la presenza in rete, cosa diversa, più ampia ma più insondabile perché mutevolissima.
ma ci torneremo ;)
grazie per il prezioso spunto
giuliana
Giuliana, grazie (anche del tuo tempo) per un intervento cosi’ strutturato e impegnativo. Dici:
“A questo punto cè da fare una scelta di campo. Voglio inserirmi nel flusso degli User Generated Content già esistente o me ne voglio creare uno mio? La differenza è enorme: nel primo caso dovrò espormi, scendere probabilmente a patti, studiare forme di partnership non lesiva dellidentità di nessuno, e assai probabilmente qualcosa andrà storto e qualche sensibilità ne risulterà urtata; nel secondo caso farò un po di lavoro in più allinizio, ma poi sarò a tutti gli effetti il padrone di casa, con la sua corte.”
A pelle lo trovo corretto, ma mi sovviene poi immediatamente che storicamente ‘le corti’, il ritagliarsi degli spazi privati o mettere delle barriere con “l’altra o il resto di” internet, storicamente hanno portato sempre o all’abbattimento di quelle barriere o al prosciugamento dello spazio privato. We’ll see.
PS: non posso essere più chiaro al momento da cosa nasce questo post e la relativa scelta, giuliana :)
è vero, se pretendi che rimanga una corte. il vero pezzo di bravura, infatti, viene dopo, quando la marca comincia a vivere nel mondo esterno (anche) grazie alla corte. Infatti, ti dico anche che (odio autocitarmi, ma se no facciamo notte :) “si può anche andare per mari sconosciuti, costruire la casa del brand in Second Life, far girare i video (magari quelli che il direttore marketing non vorrebbe mai vedere pubblicati sul suo sito) su YouTube, insomma, andare sullesistente”. nella mia esperienza le grandi marche fanno fatica a mettere in piedi operazioni originali perchè hanno paura (nell’instillare questa paura, fra l’altro, le agenzie di pubblicità sono vere maestre, e in generale sono loro i “tutori del brand”), quindi vanno guidate, un passo alla volta. quando si rendono conto che non ci sono rischi, allora è bellissimo vederle prendere il volo.
in bocca al lupo
giuliana
Posso farvi una proposta?
Voi state a tutta forza parlando di cambiamento? E’ un discorso difficile. Vogliamo mappare invece le ragioni legate alla resistenza al cambiamento, per poi proseguire di sponda? (Ovviamente sia dal lato della domanda che dell’offerta)
si potrebbe, certo che si potrebbe. io ci sto, se si decide di fare questa cosa
“le folle no-logo del web 2.0″ è un ossimoro dentro al quale ci sono già tutte le risposte.
matteo, non sono sicuro di aver capito ma mi piace.
roberto, http://en.wikipedia.org/wiki/Permission_marketing
è abbastanza chiaro.
maurizio e giuliana: la resistenza al cambiamento nelle aziende (per quello che conosco) è che nessuno è mai stato licenziato per aver fatto quello che si è sempre fatto, a tutti i livelli.
“nessuno è mai stato licenziato per aver fatto quello che si è sempre fatto, a tutti i livelli.”
esatto. Anche se so che è sbagliato e sto sbagliando nessuno mi contesterà mai.