web analytics

TV, Web, 2.0, link e Auditel e il concetto di qualità

Mi chiedo spesso – immagino che in tanti lo facciano – se non ci ritroviamo certi programmi TV, certi spot, certi telegiornali, semplicemente in quanto espressione della maggioranza delle persone (di noi, insomma). Insomma, che non siano già by-design 2.0 compliant o User -Indirect- Generated? E dunque, perchè tutto questo disprezzo?
La stessa cosa, ma scritta meglio da Luca Sofri, riguardo alla TV, viene così:

So che il dibattito è assai più avanzato, ma chiedo ai teorici del web 2.0 eccetera una cosa che ho messo insieme solo ora: non c’è una contraddizione tra l’opinione per cui i contenuti televisivi sarebbero troppo spesso definiti dagli “ascolti” e quindi dal giudizio dei singoli spettatori raccolto in quantità cospicue, piuttosto che da un loro valore individuato a priori da pareri più saggi e competenti, e l’entusiasmo di questi mesi per una nuova internet in cui i successi dei contenuti e delle informazioni sono dati dalla loro popolarità quantitativa (links, citazioni, numero di visite) piuttosto che dall’autorevolezza della fonte? Perché non abbiamo mai pensato che una tv che ci dà esattamente ciò che le maggioranze vogliono e dimostrano di apprezzare a suon di percentuali, SMS, popolarità, e di fatto partecipazione, sia una tv 2.0, sia una tv in cui i protagonisti siamo noi e non Zavoli o il Dipartimento Scuola Educazione?
In poche parole, non chiediamo alla tv criteri opposti a quelli che ammiriamo per internet? Solo perché abbiamo una stima per gli utenti del web e per il loro giudizio maggiore di quella che abbiamo per il pubblico televisivo e i suoi gusti? E ammesso che questa differenza sia mai stata fondata, lo è ancora?

Credo che Luca abbia abbastanza ragione. L’Auditel e gli SMS dei reality, il PR o i link di Technorati devono avere la stessa considerazione, come dire, i voti si contano, non si pesano. Non è che i navigatori siano più intelligenti o più colti dei telespettatori – cioè forse una volta -.

Ma, detto questo, è tuttavia l’uso del meccanismo ‘un voto, una testa’ che, applicato a media differenti con obiettivi differenti, produce risultati qualitativi** differenti.

Prendiamo la TV: posti come fissi i voti totali dell’Auditel di una serata, se ti poni l’obiettivo di massimizzare l’ascolto su di canale TV generalista (che ha un numero minimo di alternative*), la strategia obbligata è quella di abbassare l’indice di qualità** alla soglia minima, indifferenziata, generica, standard, al punto più basso della piramide di Maslow televisiva, fino ad arrivare al punto in cui il nostro share di Auditel inizierebbe a diminuire anzichè ad aumentare.
Poniamo il caso inverso: il DSE in prima serata, sarebbe di altissima qualità per un 1% di telespettatori, ma di scarsissima qualità** per il 99% degli altri. Perchè una rete TV che ha solo una cartuccia in canna, dovrebbe spararla, regalando agli altri tutta la torta e inoltre scontentando la maggior parte degli utenti?

Il risultato è una competizione tutta svolta al ribasso, per soglie minime, in surplace, in cui però (quasi) nessun telespettatore è mai pienamente soddisfatto.
Come dire inoltre che non sono i gusti di tutti i telespettatori a produrre la TV, ma i gusti del grande (bari)centro dei telespettatori. E i gusti del (bari)centro dei telespettatori producono quello che vediamo (si fa per dire) di solito in TV. E non c’è via di uscita a questo, in questo modello di mercato televisivo. Inutili gli appelli alla qualità (dettata da chi, poi).

In internet, il numero di “canali***” è – per definizione – infinito, lo share totale è più che liquido, e la competizione avviene, per necessità, al rialzo, cioè per specializzazione, sulla qualità** focalizzata su audience sempre più di nicchia: non c’è verso di utilizzare la soglia minima di qualità** per massimizzare l’audience, utilizzando al contrario l’indice di vicinanza** al singolo utente, con il solo limite di rimanere al di sopra della soglia di numero minimo di utenti, sotto la quale il canale*** non copre i costi (anche e non solo monetari).
Questo conduce ad una concorrenza frammentata in svariati ‘canali’ specializzati, in cui ognuno degli spettatori è mediamente abbastanza soddisfatto.

Non credo che questa spiegazione abbia un qualche valore di teoria economica, tuttavia penso possa rispondere al dubbio sul perchè un blog con un Technorati alto, linkato da molti, visitatissimo, ci dia in genere la sensazione di essere di qualità (e risponda ai paradigmi del web 2.0 blah blah) mentre un programma in prima serata con uno share altissimo e milioni di spettatori ci sembra quasi sempre una porcheria.

PS: rileggendo questo post non l’ho capito bene nemmeno io.

* almeno finchè il pay-sat e il digitale e la webtv non avranno cambiato le cose.
** non parlo di qualità assoluta, sempre soggettiva e indefinibile, parlo di “minima rispondenza ai propri interessi”.
***intendo qualsiasi cosa che puoi fare quando sei collegato

Cose simili:

Questo articolo è stato pubblicato in media, minimarket, strategia, web20 e ha le etichette , . Aggiungi ai preferiti: link permanente. I commenti ed i trackbacks sono attualmente chiusi.

Page optimized by WP Minify WordPress Plugin