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Guerriglia convenzionale, social media, i mercanti e il tempio

Rileggendo questo commento di Iena, sull’azione dei video dei costumi da bagno piazzati in Youtube da utenti non ben identificati

vorrei sapere da Maurizio Goetz e da fluido qualche idea innovativa allora. io questa l’ho trovata divertente, sarà che li ho visti in giro per milano.

e poi rileggendo il mio post sui finti graffiti, conditi da Flickr + fake comment, di Levi’s, mi è venuto il dubbio di essere diventato un vecchio trombone dei blog, uno a cui ormai fa schifo qualsiasi cosa, che critica indiscriminatamente chiunque rischi qualche azione non convenzionale.

Ho razionalizzato quindi meglio il mio pensiero: il guerriglia, lo street, il virale, è semplicemente pubblicità, in senso lato, solo che non è sui tabelloni ma fuori nelle strade, non nei banner ma in video virali, a sfruttare (scroccare) spazi e attenzione non sfruttati in precedenza, e come tale la giudico – sempre di opinione si tratta – semplicemente e tradizionalmente sugli assi del coinvolgimento che riesce a generare ma anche della contestualità con cui riesce ad avere un ruolo rispetto a un acquisto – perchè di questo stiamo parlando, mica sono installazioni della Biennale.

E può riuscire più o meno bene, non importa, ogni tentativo di uscire dallo spot di 30 secondi è meritevole, la mia critica non è mai per il fallimento (come insinuava Fabrizio). Il fallimento è un’opzione, altro che failure is not a option di certa letteratura. Anche se il virare sempre di più il rosso delle mutande del gorilla (per dirla con Maurizio), per essere sempre più sorprendente, alla fine finisce per sorprendere sempre meno, per assuefazione al farmaco, e i rischi di fallimento saranno sempre più alti.

Il punto è che deve essere ben chiaro e dichiarato che queste iniziative sono marketing – mica c’è da vergognarsi: ciò che non sopporto è invece l’abuso dei media sociali per infiltrare finti video, finte foto, finti commenti, finti messaggi, finte community, finti utenti. La cartapesta, per favore, fuori. I mercanti devono fare i mercanti, il tempio deve restare il tempio. Aridatece i banner, diceva Fluido nei commenti. Sono d’accordo. Sono più trasparenti e umili di certe azioni che sembrano prendere per il culo – e sfruttare – la parte meno esperta della rete, portata a credere che veramente quei video fossero girati da persone normali o quei graffiti spruzzati dai new discotequers.

Concludendo, secondo me è la trasparenza a dividere ciò che è innovativo da ciò che non lo è, non le mutande rosse del gorilla. E ora la smetto di pontificare, che è tardi.

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