web analytics

Ci serve "Una bussola nella giungla dei blog"? Lavoce.info

Sono da tempo un lettore di Lavoce.info, che considero uno dei canali di informazione economica/politica più lucidi e indipendenti in circolazione, anche se non sempre sono d’accordo con le loro posizioni.

E’ quindi con un certo imbarazzo che ho letto ieri l’articolo Una bussola nella giungla dei blog” dove i due autori si offrono per aiutare i lettori a districarsi tra buona e cattiva blog-informazione (tra inutili lemuri e serpenti infidi, per continuare con la metafora del titolo).

Una buona parte di queste iniziative non sono altro che diari personali, destinati alla conversazione a distanza fra gruppi ristretti di amici. Tuttavia, un numero crescente di siti, incluso quello per cui scriviamo questo articolo, si propongono di fornire informazioni e opinioni. Come orientarsi? Come distinguere le informazioni attendibili e le opinioni fondate dalle notizie false e dai pensieri in libertà? In altri termini, ci può essere il rischio di una “eccessiva” quantità di informazioni?

I parametri ‘di mercato’ – deformazione professionale che ben conosco – che i due supertitolati ricercatori ci forniscono si riassumono in costi di scrittura (nulli) e costi di lettura (di controllo della veridicità delle notizie).

Ci sono tre siti che forniscono informazioni e opinioni politiche ed economiche.

Uno è gestito da un gruppo di accademici affermati e riconosciuti nella loro comunità, come indicato dal loro record di pubblicazioni in importanti riviste internazionali.

Un secondo sito raccoglie opinioni di diversi collaboratori, non necessariamente con una forte reputazione, ma sottopone i contributi a una recensione e al controllo da parte di una redazione, questa composta da persone con reputazione di esperti, che ha il potere di accettarne o rifiutarne la pubblicazione [ndb: come lavoce.info].

Un terzo sito è gestito da un individuo o un gruppo di individui, che rimangono anonimi e usano pseudonimi, e pubblica contributi degli stessi. Di quale informazione ci fideremmo? Quali opinioni prenderemmo più seriamente?

È evidente che i primi due siti forniscono garanzie di attendibilità maggiori rispetto al terzo sito. Eppure, la stragrande maggioranza dei blog presenti nel world wide web appartiene proprio alla terza categoria. Perché?

C’è qualcosa che accomuna i blog del primo e del secondo tipo. Nel caso del primo, la reputazione acquistata attraverso altri canali riconosciuti è garanzia di attendibilità.

A questo punto, dovrebbe essere chiaro perché i blog del terzo tipo, i meno attendibili, sono anche quelli più diffusi: il costo di apertura e di pubblicazione è praticamente uguale a zero. All’autore non costa nulla scrivere ogni giorno ciò che gli passa per la testa. Costui non teme di perdere la reputazione, o perché non ne ha una, o perché si nasconde dietro uno pseudonimo.

Ciò che accomuna i blog del primo e del secondo tipo, invece, è che pubblicare un articolo comporta un costo per l’autore. Nel primo caso, il costo è rappresentato dalla reputazione dell’autore e dal rischio di perderla, nel secondo il costo consiste nella possibilità che un articolo venga rigettato dal comitato di redazione del blog (come è accaduto qualche volta in passato anche a noi). I blog del primo e secondo tipo lasciano al lettore un onere ben più lieve di assicurarsi solo indirettamente della affidabilità e serietà di un sito. [..]

Riassumendo, per discriminare le buone fonti da quelle sì gratuite, ma fondamentalmente inutili, consigliamo di privilegiare i blog i cui autori firmano con nome e cognome, abbiano interesse a mantenere una reputazione o presentino qualche filtro all’ingresso. Suggeriamo pertanto di prendere con cautela i blog curati da individui che rimangono anonimi o usano pseudonimi, specie se non accettano il contraddittorio con gli altri utenti.

Quello che gli autori non hanno capito, è la natura collettiva, comunitaria e zeppa di rapporti continuativi del fenomeno blog. Che non è solo dai commenti che i contenuti “veri” possono essere ricontrollati e discriminati dai falsi, ma soprattutto dai contributi di controllo e dal contropotere che gli altri blogger possono esercitare, dai loro blog.

E che la perdita di reputazione, nella blogosfera, significa perdita totale e immediata dei lettori, anonimo o no che sia un blog. E un blog che non ha lettori non esiste, se non per l’autore, e quindi il danno che ne deriva è sostanzialmente nullo.

Altra cosa che a loro sfugge – per interesse? :-) – è che non c’entrano molto i titoli accademici nella reputazione online, che questa si costruisce con un rapporto duraturo e verificato con la propria piccola comunità di lettori, o che – altra cosa che l’articolo ignora – solo per il fatto di star leggendo un blog – economico, letterario, anything – è assodato che il gruppetto di lettori è più acculturato e ‘attivo’ del resto degli utilizzatori di internet (che gia’ sono piu’ sgamati dei lettori ‘solo-offline’), e che probabilmente non hanno nessuna necessità di essere “guidati”.

Essi semplicemente verificano la reputazione dei blog che leggono settimana dopo settimana, controllandola con i fatti e con gli altri blog.

E vengo all’ultima questione: blog anonimo o no. Io reputo attendibilissimi blogger piu’ o meno anonimi, mentre altri, visibili e nominali, non li ritengo del tutto affidabili. Perchè?

Perchè – mi ripeto – la reputazione da blogger non si eredita totalmente e automaticamente dalla vita là fuori. Anzi, spesso, quando vedo blog di giornalisti professionisti o di eminenti esponenti di associazioni professionali penso che alcuni conflitti di interesse (con gli advertisers, con gli editori, ecc.) si trasferiscano pure al blog, mentre a volte, in blog anonimi, rivedo il RageBoy di Locke, lo spirito libero che – imbrigliato dal proprio ruolo nella vita reale – si sfoga nell’anonimato nel blog, dando vita a pensieri a volte discutibili, ma anche piu’ sinceri e geniali.

In sintesi, l’unico modo di distinguere sempre meglio un “blog-contenuto” (o anche no) buono da uno cattivo (qualunque cosa significhi, e posto che abbia un senso) è la crescita del livello culturale del visitatore, che alla fine si riduce al fatto che piu’ i blogscrittori/lettori diventeranno maturi, e meno avranno bisogno di guide ‘per la giungla’ o di nomi altisonanti, o di comitati di redazione che filtrano cosa pubblicare.

E in definitiva l’uscita di un articolo come questo – secondo me in buona fede, ma profondamente ignorante della blogosfera – nonostante la redazione filtrante, non fa che confermarmi nel mio pensiero.

Cose simili:

Questo articolo è stato pubblicato in blogosfera, conversazione, In generale, media e ha le etichette , . Aggiungi ai preferiti: link permanente. I commenti ed i trackbacks sono attualmente chiusi.

Page optimized by WP Minify WordPress Plugin