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A domanda risponde – 1 – Comunicazione futura, con MrsPurple

Al bar più sfigato in assoluto dello IAB e davanti a due panini che avrebbero sfigurato pure all’autogrill, Mrs Purple (che cura Ebolablog) mi ha prima piazzato davanti un vero registratore – sì, cacchio, quello con la microcassetta e le rotelle che girano ipnoticamente e coordinatamente al centro, e poi sparato a bruciapelo una serie di domande nemmeno concordate prima (spietata), tutte molto impegnative e interessanti – e molto ardue anche perchè in realtà (ora posso dirlo) continuavo a pensare all’effetto che avrebbe fatto MrsPurple in giro per lo IAB con le stesse orecchie che mostra su Twitter. Spero che non si arrabbi se ne posto qui una parte dell’intervista, per conservarla. Il resto di là. Continua qui…

1) Come è cambiata la tua professione dopo aver aperto un blog? Si può essere dei professionisti e blogger allo stesso tempo?

La mia professione è sempre stata indipendente da quello che scrivo sul blog e le due cose hanno sempre vissuto su dei binari completamente diversi, ma per scelta. All’inizio addirittura non pubblicavo nemmeno il nome sul blog. Nessuno sapeva chi ero, poi ho deciso di farlo visto che ormai l’avevano capito tutti! Il blog è la mia “anima sperimentale”, un posto dove posso riflettere ad alta voce con altri, entrare in conversazioni dove le routine, gli organigrammi non esistono. L’ho sempre visto come un punto dove sperimentare o direttamente o indirettamente, vivendo e commentando le esperienze che sono state fatte da altri.

2) Quali sono, secondo te, i fattori critici di successo per un’azienda per comunicare da qui a cinque anni?

Ah bella domanda! Esiste vita dopo la morte? No, scherzo. Quello che ti posso dire è che ovviamente non lo so. Una volta c’era un’icona della comunicazione aziendale, che si vedeva anche in quelle di WordArt: “l’uomo col megafono”. Se io dovessi vedere una comunicazione dell’azienda in questo momento parlerei di “uomo con il microscopio”, nel senso che tutto è estremamente piccolo e frammentato.
[...] Le aziende dovranno imparare ad avere un concetto dell’insuccesso, diverso da quello che c’è ora, nell’utilizzo di un determinato media. Oggi si tende ad evitare in qualsiasi modo un fallimento. Ovviamente fare le cose bene funziona, però anche l’insuccesso può non essere negativo ma un modo comunque per imparare qualche cosa. Questo deve essere soprattutto recepito all’interno dell’organigramma aziendale, perché finché questa mentalità non è condivisa all’interno delle aziende sarà difficile comunicare in modo nuovo, perché ogni mezzo nuovo di comunicazione comporta molti più rischi di quelli che c’erano prima.

[...]

4) Si parla sempre di più di marketing conversazionale. Secondo i risultati di una ricerca, condotta dalla TWI Survey Inc., entro il 2012 gli investimenti pubblicitari nei social media e in altre forme di marketing conversazionale sorpasseranno quelli sui media tradizionali.
Come vedi la cultura attuale delle aziende, che vogliono comunicare un loro prodotto, rispetto ad argomenti quali: social network, marketing conversazionele, marketing esperienziale, web 2.0 ecc.?

Io sono un fanatico del marketing di prodotto, forse perché vengo dal quel tipo di esperienza e, secondo me, la comunicazione comincia prima della nascita del prodotto, le aziende hanno la possibilità di attivare dei touch point ancora prima. Quando tu partecipi, hai una community, può chiedere alle persone come vorrebbero il prodotto. Ovviamente non tutte le idee sono buone, comunque quando tu hai più idee è più facile che in mezzo a quelle ce ne sia una (buona). Ritornando alla tua domanda, è tutto correlato alla cultura del rischio e alla cultura del fallimento. Quindi bisogna vedere il fallimento non come un fallimento, però questa cultura deve essere omogenea all’interno dell’azienda.

[...]

6) Ho letto un post sul tuo blog dove hai coniato le 7T del marketing utopico. Scrivi: se questo fosse un mondo perfetto, il marketing sarebbe così. Ma si sa che questo non è un mondo perfetto. Da questa imperfezioni quali evoluzioni certe pensi che subirà il marketing. Insomma, prendendo spunto dalla tua idea, quali di queste 7 T salveresti?

Non esiste neanche il consumatore perfetto. Il consumatore non è perfettamente acculturato, non è perfettamente a conoscenza di tutte le alternative. Il marketing cosiddetto “utopico” può funzionare in quei settori molto trasparenti dove non esiste un dislivello informativo tra il mercato e l’azienda. Il mondo dell’online è molto trasparente per sua natura e quindi questa trasparenza premia chi segue più “t” di questo marketing utopico. Credo che la trasparenza, tra tutte queste, sia fondamentale. Anche David Weinberger stamattina al convegno ha detto: noi iniziamo ad essere credibili nel momento in cui siamo trasparenti e ammettiamo di essere non infallibili. Le aziende sono fatte di persone, le persone fanno prodotti buoni, cattivi e il fatto di essere trasparenti, di avere il coraggio di ammettere premia.

7) Chiudi gli occhi e immagina di trovarti tra cinque anni: come vorresti che fosse la comunicazione del futuro?

Mi piacerebbe ritrovarmi in un mondo in cui le aziende parlano con le persone con modalità umane: umiltà, trasparenza, cercando di ammettere gli sbagli per guadagnare la fiducia del consumatore. Il problema è che non di tutte le aziende, non di tutti i prodotti le persone hanno voglia di discutere. Diciamo che questo è il problema di un certo tipo di aziende che, secondo me, producono ancora beni. Invece, per inserirsi in una conversazione, dovrebbero produrre benessere e conoscenza. [...]

La serie delle sue interviste, l’ultima con Mauro Lupi, qui.

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