[mini]marketing

      Il blog del marketing minimale.

13 ottobre, 2008

Tre note dall’Urbino Barcamp (socialnetwork, crisi & web 2.0, guerrilla girls)

Barcamp

Sabato sono andato al Barcamp che si svolgeva all’interno dell’ormai tradizionale Conversazioni dal Basso, a Urbino, incentrato per gran parte sul tema dei network sociali. Al di là della goduriosa friendfeedzzazione della conversazione fuori dai talk “ufficiali”, ci sono stati alcuni interventi molto interessanti, che potete trovare (in parte) in video; quelli di Maz Hardey e Vincenzo Cosenza, in particolare, hanno vivisezionato da prospettive diverse il fenomeno della socialità online e di quel mostro aspiratutto di Facebook, con spunti e dati da approfondire. Interessante anche l’intervento di Luca sulle videostar di YouTube, che ha poi suscitato un vivace dibattito sull’hype dei video virali e dintorni.

Crisi & web 2.0

Peccato poi per l’intervento di Antonio che, essendo (a memoria) il primo talk con slide disegnate a gesso alla lavagna nonchè per l’argomento cambiato a soli dieci minuti dall’inizio a causa di questo caleidoscopico post di ZetaVu su barcamp, crisi e web, sui blogger che non si occupano di cose serie, ecc. ecc., con accesa discussione finale, meritava sicuramente il video.

Su crisi e web 2.0, la vedo così: il modello di business basato sulla pubblicità tabellare, per quanto alla Adsense, contestuale, digitale, interattiva, ecc. ecc. è bacato alla radice, perchè il mercato totale della pubblicità (per dirla alla Tombolini) non può espandersi più di quanto raggiunto alla fine degli anni 90, e lo spostamento pubblicitario verso il web non compenserà il futuro stallo (e anzi, lo sgonfiamento) globale, sostanzialmente indipendente da crisi o meno, aggravato dalla progressiva cecità degli utenti verso tutto ciò che è comunicazione aziendale monodirezionale, e dalla dispersione in milioni di rivoli diversi. Non ci saranno soldi sufficienti per tutti. E Google, dite? Beh, Google ha raggiunto un semi-monopolio nell’unico modello che è veramente “web-native”: la pubblicità sul search. Quindi non può essere preso come riferimento generale, credo.

Però, fortunatamente per noi, i venture capital non hanno mai creduto a questa visione, e continuavano a finanziare cash in cambio di denaro “pubblicitario” di domani. Da oggi i VC avranno ben altri problemi, altri posti in cui mettere prioritariamente soldi. Questo da un lato è un peccato, perchè il denaro scollegato da un modello di business vero o comunque a breve, e fondato, lato servizio, sull’eternal beta e sul free, porta a soluzioni più innovative e curve di adozione molto più rapide di un mercato in cui si paga per ogni servizio, anche se pochi euro/mese. E’ il paradosso dei servizi, “se mi fai pagare, non lo adotto (o troppo lentamente per raggiungere una massa critica sufficiente a farlo apprezzare in pieno), se non ti pago, non sopravvivi”.

D’altra parte, i costi, anche in internet, sono costi (anche se certe startup del 2008 spesso non sono poco più di “tempo libero, mash-up e hosting low cost”, e questa è la grande differenza con l’insensatezza della prima bolla da jet e champagne, che qui si ricorda bene in prima persona) e quindi comunque da qualche parte bisognerà farli saltare fuori, questi soldi. Credo che dovremmo metterci nell’idea che i servizi che utilizziamo non possano vivere solo con la pubblicità, e che non tutto può essere gratis – il che non vuol dire che io ci creda veramente, a questo futuro cambio di mentalità degli utenti. Tempo fa avevo chiesto in giro su twitter se e quanto sarebbero stati disponibili a pagare per avere il servizio – il risultato? circa 1 euro al mese. Molto? Poco? Non lo so.

La mia impressione è che, nonostante il low-cost model, molte startup in futuro chiuderanno se non riusciranno (e velocemente) a valicare la fascia ristretta degli early adopter per distribuire davvero utilità vera a persone “normalmente connesse” (e disponibili a pagare per questa), non solo qualcosa alla “ehi, hai visto che figata, posso importare questo in quello” ecc. ecc., oppure in alternativa riuscire a essere luoghi di conversazione in cui aziende (paganti) possano entrare in contatto con la propria community.

(sul tema è da leggere anche il post di Biccio, secondo me – via Internet PR)

Urbiquisara

Non poteva mancare poi quella che è ormai l’agenzia di guerriglia marketing più famosa e informale della blogosfera, che ha colpito di nuovo, prima mostrando la Girl Geek Dinner via Qik, poi facendo fototwittare i partecipanti con una scenografia degna di art attack, il tutto per sublimare l’assenza di Sara con il sequel dell’operazione ubiquifra.