La mia idea sul caso del succo di frutta avvelenato

Donato mi chiede direttamente un intervento su questo caso che ha acceso le piccole fiamme della piccola blogosfera, e scrive:

Il Succo dello Scandalo

Paul The Wine Guy chiama 10 blogger al cellulare e, sotto mentite spoglie, gli propone di scrivere un post a pagamento su un succo di frutta, prodotto volutamente non tecnologico.

Uno, Gianluca (ndr, io :), si rifiuta, anche Enrico, per quanto mi è dato sapere non accetta, proponendo soluzioni che non mi sembrano così compromettenti, ma da PTWG riceve solo una mezza assoluzione

[…]

Pay per Post

L’accusa mossa ai blogger, è quella di essersi venduti, accettando del denaro per scrivere un articolo su di un prodotto di cui altrimenti non avrebbero parlato.

[…]

Se rimango sincero ed onesto verso i lettori non vedo niente di male nel prendere dei soldi in cambio di un post, ma dimmi quale sarebbe il peccato, perché sono pronto a riconoscere l’errore e chiedere perdono.

Gianluca, la cui decisione di non accettare è assolutamente rispettabile e a parere di molti l’unica onesta, quali sono le motivazioni per cui hai detto di no?
Se ti va di rispondere, chiedo solo per comprendere un punto di vista che potrebbe essere diverso dal mio, non per mettere in discussione la tua scelta.

Io ho risposto così:

Ciao,
come preambolo – non giudico chi lo farebbe, io però non lo farei. E ti dico perché:

1) il pay per post (intendo con scambio monetario e relativa formalizzazione contrattuale, diversa dal fatto di spedire qualcosa in dono a qualcuno, e poi lasciare decidere a lui se scriverne o meno e in che forma e tono, che su questo blog è avvenuto per pesto, Valda e libri), già visto altrove mi mette tristezza, proprio un’immensa tristezza interiore. Insopportabile, almeno finché non sarò in stato di indigenza cosi’ spinto da aver problemi di ben altro livello. Ma questa è una cosa personale.

2) se l’argomento mi interessa, ne parlo spontaneamente. Credo che chi — bontà sua — mi legge lo faccia proprio per questa scelta, per leggere i pubbliredazionali ci sono le edicole apposta.
2a) anche se mi interessa, ne vorrei parlare con i tempi e con i modi che piacciono a me, magari due mesi dopo che la campagna è stata effettuata.
2b) trovo una palla quelle campagne che poi fanno sì che i blogger parlino tutti insieme contemporaneamente della stessa cosa o dello stesso prodotto, che magari è pure interessante, in se’. Meglio una cosa continuativa, se è vera conversazione.

3) se non mi interessa, probabilmente non interessa nemmeno ai miei lettori, e comunque non riesco a dissimulare facilmente il mio disinteresse, o comunque farlo mi costerebbe tempo e fatica.
3a) Se tu azienda di succhi di frutta non capisci che scrivere un post di succhi di frutta su un blog di marketing non ti serve a nulla, ehi, mi spiace, ma la tua stupidità potrebbe traboccare e invadere il mio blog.
3b) se ti interessa la mia opinione, perché non apri un blog e mi chiedi di scriverne una “opinione” sul tuo blog, in cui sono specificati se i redattori delle recensioni sono pagati o meno?

4) esiste già la pubblicità sul mio blog, è quella di Metafora. Contattate loro, mandate pure succhi di frutta a volonta’. Se piacciono ai “soci”, pagate per fare pubblicità come gli altri.

5) insomma il pay per post è brutto a vedersi sia per chi lo fa che per chi lo paga. Svende inutilmente il capitale sociale del blogger, un po’ come quei link sponsorizzati che svendono e penalizzano poi il PR di Google, senza dare niente all’azienda che lo paga.

E’ (azzardando) come se un giornale fosse libero di scrivere gli annunci al posto degli inserzionisti che pagano. A che serve, a chi? Perchè?

Detto questo, ripeto, io non mi permetto di giudicare la “moralità” proprio di nessuno, e nessuno, nemmeno questo blog ovviamente, è senza peccato.

Secondo me, scrivere un post dicendo che è a pagamento BENE IN CHIARO anche a chi ci arriverà mesi dopo da Google (mettendo una nota nel titolo, per esempio) è in area grigia, ma comunque non “immorale” a priori.

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