[mini]marketing

      Il blog del marketing minimale.

28 agosto, 2009

Un po' di nausea, non sono incinto, però.

Ogni anno (che gli anni veri iniziano a settembre, si sa) trovo sempre difficoltoso ricominciare a scrivere, soprattutto di web, di rete, di socialcosi. Appena vado fuori dal nostro vorticosamente assurdo territorio e mi stacco completamente, parlo con la gente dei negozi, ascolto le conversazioni nei ristoranti, discuto con i baristi, faccio un bagno di umiltà e di insignificanza che mi rimane addosso per molto tempo. E comincio a farmi domande.



E mi chiedo se non ci stiamo tutti un po' illudendo, e se i più furbi tra noi (più o meno in buona fede) non ne stiano solo approfittando per vendere i santini e ricordini con dentro l'acqua 2.0 a fianco del santuario presunto-miracoloso, che salverebbe aziende mediocri, condannate dalla storia e da sé stesse all'oblio, tramite un miracolo social che non avverrà. Perché i miracoli, davvero, non esistono. Ma d'altronde, molte aziende meritano che qualcuno gli rifili il contropacco.



Esistono grandi aziende (grandi in senso interiore) che non hanno bisogno di occuparsi dei social media, perché sono questi ultimi a occuparsi di loro, a cullarle, a trasportarle verso il posto che meritano. E spesso, nella loro ingenuità, queste aziende (che poi, intendiamoci, sono anche i - poco sexy - bar, le pizzerie-piadinerie, i carrozzieri, ecc.) nemmeno lo sanno, che là fuori, da qualche parte, persone si stanno scambiando opinioni in forum orripilanti, girandosi indirizzi e numeri di telefono attraverso SMS sgangherati e sgrammaticati, inoltrando mail con indirizzo - orrore - @hotmail, scrivendo cose in introvabili posti di Facebook che sfuggono a qualsiasi monitoraggio da milioni di euro di licenza, scaricando i propri chilometraggi da cicloamatori di provincia in siti anti-usabili ma frequentatissimi e discutendo di marche di bici e di posti di ristoro incontrati nel viaggio.



Credo anche che molte aziende pensino che il social web non funziona, perché loro non riescono a farlo funzionare come desidererebbero (e in questo hanno ragione, che non ci possono riuscire, intendo). Ma la verità - per come la vedo io - è diversa. Il web sociale funziona benissimo, proprio in quanto per queste non funziona, anche se vorrebbero, e per altri funziona da solo, anche se non lo sanno neanche.



Ma attenzione, quando le prime si dicono - consolatoriamente e per estensione del fatto che non riescono a farlo funzionare motu proprio - che il social web non influisce sul business, forse confondono causa ed effetto. Il loro business non influisce sul social web, ma il social web potrebbe influire sul loro business: l'altro giorno, abbastanza casualmente, ho girato su Twitter la mappa dei punti vendita dei detersivi alla spina, e sono fioccati ReTweet e citazioni (e tutte le volte che qualcuno lo segnala, succede lo stesso). Probabilmente più di quelli che avrebbe ottenuto una campagna di buzz da decine di migliaia di euro su di un nuovo ennesimo uguale detersivo. Il web influisce sulla produzione di detersivi più di quanto i produttori di fustini influiscano sul web.



E qui arriviamo al punto: trovare un senso. E mi fermo, per il momento (continua - forse).