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Il novantesimo minuto diffuso e il calcio locale

Domenica scorsa ho finalmente accontentato il [mini]kid: si trattava di accompagnarlo alla partita di calcio locale — palloni infanganti calciati da calciatori infangati, arbitri improvvisati, guardalinee agitati, pubblico folkloristico stile sanremese, vecchi brontoloni, giovani bimbiminkia, baristi volontari per caffè a 30 cent, sponsor con cartelloni sbiaditi o improbabili, sempre uguali negli anni, che pagano una specie di Obolo di San Pietro per essere lasciati in pace dai boss calcistici locali della bassa, emuli di Moggi ma con più radioline AM e meno cellulari all’orecchio.

Vabbè, che ci frega a noi, si dirà. Noi siamo qua per leggere di social media, del futuro della pubblicità, di nuovo marketing, ecc. ecc. Okay, okay, c’è la morale anche stavolta: quando ero io il [mini]kid, e andavo alla partita alla domenica pomeriggio, poi dovevo aspettare in snervante attesa fino al lunedì mattina per sapere dal giornale locale i risultati delle altre squadre del girone oppure, quando andava male, il TG3 regionale delle 15 del lunedì (che però leggeva a nastro 400 risultati e classifiche dai nomi improbabili in 15 secondi, quindi bisognava essere almeno in due ad ascoltare, per confrontare le versioni che non coincidevano quasi mai, ovviamente).

Domenica invece, per essere sicuro che la partita ci fosse effettivamente e scongiurare drammi, e conoscere l’ora effettiva di svolgimento, ho cercato su Google e ho trovato nientemeno che un 90esimo minuto locale, user generated, creato su Blogspot: in pratica un tipo dalla probabile non-vita passa i pomeriggi domenicali ad aggiornare risultati nella pagina (“premete F5 per aggiornare!!!”) che vengono mandati da improvvisati reporter dai fangosi campi, via SMS o e-mail.

Un altro inutile intermediario dell’epoca dell’opacità che entra in crisi (la tv o la radio locale), un’altra piccola social case history: minuscoli fatti che tuttavia fanno capire come il fenomeno della condivisione sia tutt’altro che passeggero, quando riesce a creare un qualsiasi tipo di utilità, anche se gli strumenti utilizzati, come in questo caso, sono palesemente vintage rispetto all’ultima moda 2.0.

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Quindi, se la domanda chiave fosse What Would Google Do?, la risposta sarebbe “aiutare questi poveretti ad aiutarsi tra di loro”. Oppure, per dirla con Shirky, “a organizzarsi senza organizzazione”.

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