A volte, saltando da uno strumento sociale all’altro, capita di unire i puntini di robe apparentemente scorrelate, passando per altre.
Qualche giorno fa, mi è arrivata la comunicazione di Tophost (su cui gira anche questo blog) che indicava nei dettagli come, a causa dei rialzo del prezzo da parte del fornitore nonché del cambio verso il dollaro mutato, non possano più sostenere l’attuale canone del servizio, e ne preannunciavano e giustificavano così l’aumento. Nonostante la reputazione online del provider non sia eccelsa, i commenti nel post di annuncio erano al 90% positivi — strano a dirsi, anche se in effetti in valore assoluto l’aumento era oggettivamente minimo. Un piccolo episodio, che mi ha fatto pensare, però.
All’estremo opposto, in un post in cui MCC si chiedeva se le banche considerassero davvero, nel 2010, i servizi online e la loro usabilità come uno dei fattori principali di scelta, ho fatto notare come l’errore principale di quasi tutte le banche nei confronti dell’online, almeno all’inizio, sia stato quello di considerarlo solo un ennesimo “ricavo da servizio/canale aggiuntivo da vendere” al cliente, anziché quale strumento rivoluzionario, una nuova piattaforma di collaborazione con il cliente nel fornire il servizio, che poteva portare reciproca soddisfazione con riduzione, magari da ripartire in parti uguali, di costi. Le banche sono nate come un intermediario opaco, e da sempre credono fermamente in questa opacità per massimizzare i margini: (non) casualmente, tutto il contrario di ciò che funziona online davvero.
Stanno quindi all’esatto opposto del prezzo trasparente e delle motivazioni condivise: però in futuro il first mover nel proporre il modello ‘trasparente’, informato, collaborativo e condiviso dal cliente nella strutturazione dei servizi, dei ricavi, dei margini e dei costi veri (qualcosa che va molto nella direzione della finanza peer-to-peer, in cui la trasparenza è massima) potrebbe effettivamente scompaginare un poco il mercato, e proporre qualcosa di nuovo al vecchio dibattito su “banche e social“. Troppo visionario, vero? Ma segnatevi questa parola: crowdservice. Un giorno potreste doverla usare ai convegni.
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Eppur qualcosa si muove… https://www.banksimple.net/ il CTO è Alex Payne, ex-Platform Lead di Twitter
Sapete cosa hanno chiesto ai miei capi i dirigenti di una piccola (media?) banca dagli “antichi” valori? Qualcosa che dovrebbe consentirgli di fare il “cambio generazionale dei clienti” (come lo hanno definito loro).
E io ieri pomeriggio gli ho detto: “perchè non mutuiamo l’esperienza del social lending e facciamo due cose in una? Un percorso di change management per far cambiare mentalità ai parrucconi e un progetto di rinnovamento del modello di business…”
Dici che farò fatica???
C’è solo una cosa da far capire veramente: internet disintermedia e reintermedia in modi nuovi e questi modi nuovi fanno venire meno le asimmetrie…