300.000 sono pochi?

Vincos tira le somme sulla questione di quanti siano davvero gli italiani su Twitter. Io ho alcune idee in merito:

  • Twitter è una piattaforma aperta per lo scambio di contenuti, un blogging più socializzato e immediato, e non (solo) un social network, e quindi non ha tanto senso compararne gli iscritti con Facebook. Forse ha senso invece paragonarli al numero di blog o di partecipanti ai forum, per esempio.
  • Infatti, in Facebook (che è come l’anagrafe della rete) puoi anche vivacchiare tranquillamente (e risultare pure “attivo”!) senza scrivere nulla, magari mettendo qualche like, commentando qualche foto in giro, cose così; in Twitter se non pubblichi o conversi non esisti, e non hai un granché altro da fare: il che significa che Twitter non sarà mai di massa, in Italia, in cui oltretutto non è utilizzabile via SMS come altrove. Ma questo non è necessariamente un limite, potrebbe essere un punto di forza differenziante, invece. Il numero migliore è quello giusto, non quello massimo, nel web sociale. Per chi viene dall’advertising, vendere e comprare numeri è più facile, ma non è l’approccio corretto a medio termine.
  • visto tutto questo, potrebbe essere che 300.000 utenti abbiano un’influenza più elevata di 3.000.000 utenti di Facebook, dipende da dove si misura: detto in una frase, gli utenti di Facebook si contano, quelli di Twitter si pesano.

Più che contarli a livello nazionale, dobbiamo cominciare a pesarne l’influenza e l’utilità sulla singola reputazione di persone e aziende, nei singoli settori, nelle singole aree informative partendo non dal numero totale, ma dal peso specifico di chi partecipa alla conversazione e da lì risalire. Potremmo anche scoprire che in molti settori davvero Twitter non conta nulla. Ma ce ne faremo una ragione.

Argomenti simili

come fare pubblicità

Gianluca Diegoli on sabtwitterGianluca Diegoli on sablinkedin
Gianluca Diegoli
Sono un bocconiano sfuggito alle società di consulenza, con un'esperienza ventennale di management dei canali digitali.
Il mio lavoro è supportare il management come consulente indipendente e manager temporaneo su e-commerce, digitalizzazione del marketing e del retail. Ho lavorato per Coop, Ducati, Barilla, Tiscali, Altromercato, Cirio, Telenor, CRIF e altre aziende ed enti.
Ho scritto Mobile Marketing per Hoepli, Vendere Online per Sole 24 Ore e Social Commerce per Apogeo, e altri.
Ho fondato Digital Update assieme ad Alessandra Farabegoli, che organizza corsi sulla comunicazione digitale.
Insegno e-commerce all'Università IULM di Milano.
Questo inserimento è stato pubblicato in idee di marketing, social media marketing e il tag . Metti un segnalibro su permalink. Sia i commenti che i trackback sono chiusi.

10 Commenti

  1. Pubblicato il 11 ottobre 2010 alle 11:39 AM | Permalink

    Mi trovi concorde sul confronto che fai tra facebook e twitter e la differenza con cui vengono utilizzati.
    Nella mia quotidianità però, per il momento, trovo twitter molto più difficile da utilizzare per questioni di tempo e di temporaneità. Mi spiego: non ha senso una presenza non presidiata, che non conversa etc e io personalmente, pur attratta dal mezzo, se mi ci metto non mi stacco più !!! twitter se ci entri è molto più coinvolgente di facebook ma può dimezzare la produttività in tutte le altre attività. Sono l’unica?
    non fatemi sentire sola :)

  2. Pubblicato il 11 ottobre 2010 alle 11:39 AM | Permalink

    Amen.
    Io parlai di Twitter come di un’avanguardia. Nel 2007. http://bit.ly/a2aion

  3. Pubblicato il 11 ottobre 2010 alle 11:58 AM | Permalink

    Bellissima l’idea della “pesata”. :) Però non dimentichiamo che le avanguardie e i salotti a volte influenzano (molto) meno di Maria de Filippi. Secondo me Twitter era e rimane un micronews dispenser che per la sua natura micro, appunto, viaggiano più veloci e si diffondono più rapidamente. Quindi in questo senso, condizionano di più perchè arrivano prima delle altre.

  4. Pubblicato il 11 ottobre 2010 alle 12:02 PM | Permalink

    “in Twitter se non pubblichi o conversi non esisti, e non hai un granché altro da fare”

    Retweettatori folli (spammer semi-automatici) esclusi, ovviamente… :)

  5. alberto
    Pubblicato il 11 ottobre 2010 alle 12:24 PM | Permalink

    completamente d’accordo. E’ una differenza che Brian Solis tratta molto bene. Nonostante tutti considerino utile una presenza sui network ancora manca una comprensione del sistema in generale; naturalmente non mi riferisco a chi ci lavora.

  6. Pubblicato il 11 ottobre 2010 alle 1:13 PM | Permalink

    dal mio punto di vista twitter è un posto dove puoi imparare, relazionandoti con persone che ti sembrano interessanti per quello che dicono, (anche se non le conosci personalmente). In un certo senso presuppone un desiderio di crescita: umana, professionale, etc.
    Facebook mi sembra risponda di più a un’esigenza affettiva.

    • gluca
      Pubblicato il 19 ottobre 2010 alle 10:20 AM | Permalink

      sono molto d’accordo lisidep, era anche su mashable qualche giorno fa questo ragionamento.

  7. Pubblicato il 12 ottobre 2010 alle 3:19 PM | Permalink

    @gluca è vero che essere attivi ha un significato diverso su FB e su Twitter. Il concetto di attività però non credo abbiamo molta attinenza con la qualità.
    Cioè si può essere attivi su Twitter anche facendo solo retweet o scrivendo status di dubbia qualità così come su Facebook. Io ho indagato solo l’aspetto quantitativo perchè su quello ho dei dati. Sulla qualità non generalizzerei, dipende caso per caso.

  8. Pubblicato il 13 ottobre 2010 alle 9:56 AM | Permalink

    twitter è aperto??? Ovvero: pensi davvero che ci sia chi legge sti tweet anche senza un account twitter e una di quelle pistolate per leggere i tweet? La domanda è: quanti?

    (non mi dirai davvero che pensi che 7.8 milioni di UV in Italia è possibile, vero?)

    • gluca
      Pubblicato il 13 ottobre 2010 alle 11:47 AM | Permalink

      anche a me sembrano molti, ma il mio punto non era quello, era piuttosto sulla maggiore capacità di influenza di piattaforme non simmetriche.

3 Trackback