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Vicino a dove abito c’è un posto in cui si rivende roba usata. Credo che ci sia praticamente in ogni città, nascono tutti come alternativa alla discarica per gente benestante che si sente in colpa e come outlet a basso costo per extracomunitari che possono trovarci una TV ancora funzionante, un giubbotto pure firmato, pentole ancora usabili, eccetera.
Da un po’ di tempo mi pare di vedere una svolta (premessa, potrebbe essere la mia autosuggestione) e notare sempre più gente “media” acquistare, certo, per il risparmio — la crisi, ecc. ecc. — ma anche per il senso di responsabilità di continuare a utilizzare le cose, senza alimentare lo sfrenato ciclo dell’iperconsumo (ogni kg di oggetto ne usa 50 volte per produrlo) quando non strettamente necessario. Un’altra cosa interessante è il senso di community che si è formato attorno a questo riciclo: spesso si organizzano concerti, cene, feste, che vanno al di là del “mercatino”.
Non vi sembra una metafora perfetta di come potrebbe essere il business del futuro, non più basato sul produci-consuma-crepa ma sul noleggia-presta-scambia? In cui il guadagno delle aziende è sempre più nel facilitare e oliare questo ciclo virtuoso, e sempre meno nel produrre cose di cui poi disinteressarsi? In cui il social groundswell del web è parte stesso del ciclo economico — quando serve per ridurre i costi di transazione e per far aggregare velocemente ed economicamente individui con necessità e desideri simili — e non un orpello alla moda per uffici stampa trendy?
Sto pensando di proporre al mercatino in questione un blog o una pagina su Facebook in cui aggiornare i clienti (partecipanti?) sugli oggetti in arrivo, in modo da poter vedere da casa cosa c’è in stock, e ridurre i tempi di “stallo”. Anche se ho capito che lo shopping fisico, in quel posto e con quel mood, è comunque tempo guadagnato, e non perso.
PS: primo post ispirato da “What’s mine is yours” di cui Alessandra ha già scritto un’ottima recensione. Penso ne seguiranno anche altri.
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Ho lavorato qualche anno ai mercati dell’usato di Manitese.it
E’ vero che c’e’ sempre meno vergogna e più orgoglio ecologico ( e magari sociale) nel comprare roba usata. Il conto delle materie prime e dell’acqua che si risparmia e’ impressionante e ho anche fatto delle stime a riguardo se interessa ;-)
pero’ mi pare che il web poss funzionare solo inpRte per la massa enorme di usato che circola. Forse sul fronte ” fornitura” si potrebbe innovare rispetto alla telefonata per il ritiro o la consegna diretta dei beni al mercatino con alto rischio di rifiuto ( in tutti i sensi)
sicchè ascolti i CCCP ;)
beccato :) ero curioso di sapere se qualcuno avesse colto la citazione :)
1. Bazzico da quasi 20 anni questo “settore” per studio e per diletto. E’ vero in Italia, la gggente sta lentamente superando la barriera mentale di considerare l’usato una cosa da poveracci. Nel resto d’Europa comprare usato è un fenomeno molto diffuso e per nulla ghettizzato.
2. Prima di vederci i prodromi di una rivoluzione dei consumi, considera che l’usato è un settore florido e assolutamente interclassista nella società più consumistica del pianeta: gli USA. Dove hanno inventato i Garage Sale, dove anche la cittadina più piccola ha almeno un second hand shop (non a caso il bellissimo Secondo Hand di Zadoorian) a pochi chilometri da qualche Mall, e dove solo tramite ebay si negoziano beni per un valore (GMV) di circa $ 30 mld (Amazon ne fattura meno di un terzo).
Alcuni dei mercatini attorno a casa mia sono gestiti da cooperative o associazioni di volontariato (ad esempio Manitese). Chi tiene questi negozi molto spesso fa anche sgomberi e quindi in diverse occasioni nel negozio si possono trovare mobili ed altri oggetti antichi.
Per questa ragione questi negozietti (soprattutto quelli non a scopo di lucro) sono “territorio di caccia” degli antiquari che comprano a poco, restaurano e rivendono a molto.
Si e poi quando tutti si scambieremo merce e roba e proliferirà l’usato chi lavorerà nelle fabbriche per produrla?
L’Italia è un paese PRODUTTORE
questo è punto, infatti. ma prima lo affrontiamo, meglio sarà: non è che non servirà più roba nuova, non servirà più roba da buttare. E’ tutto il sistema che andrà ripensato, e anche se non ci penseremo, cambierà lo stesso in questa direzione.
In realtà se guardo quello che indosso, uso, guido quotidianamente c’è veramente poco di prodotto in Italia (o anche solo progettato).
[...] This post was mentioned on Twitter by gluca [m]m, mlc, Davide Fiorentini, wordsworldweb, antonioiodice and others. antonioiodice said: RT @gluca: [mini]post Il mercatino della roba usata e l’economia del consumo collaborativo http://bit.ly/hxYG2N [...]
Sono d’accordo con Gianluca Greco, e aggiungo che il credere che l’usato sia roba da poveracci è una tendenza che esiste e si è affermata ma non in maniera poi così diffusa e uniforme. In fondo esiste un florido mercato delle auto usate e dei mobili ristrutturati, le mamme da sempre si scambiano vestitini per i pargoli e, quantomeno in provincia, le signore bene organizzano vendite in saldo dai loro armadi di cui beneficiano altre signore, non necessariamente “poveracce” ma anzi piuttosto borghesi che approfittano dell’occasione per togliersi lo sfizio di avere abiti e borse firmati al prezzo di un abito nuovo di media qualità, ma comunque superiore all’H&M o allo Zara della situazione.
Personalmente credo che più che di rivoluzione si tratti di un altro fenomeno di mash-up, di contaminazione, di personalizzazione dello stile di consumo, questo sì un tratto molto diffuso delle ultime tendenze che si legge in maniera molto trasversale, anche sui consumi alimentari. Tipo, famiglie in teoria “povere” che acquistano biologico e quindi spendono molto per l’alimentare e magari risparmiano sull’abbigliamento; famiglie in teoria “ricche” che comprano pacchi di prodotti a marca privata o di primo prezzo e poi ai banchi assistiti scelgono il prosciutto crudo di prima qualità o il vino a 10 euro. Sfrucugliando nei dati carta dei supermercati questi fenomeni sono molto rilevanti ed evidenti, tutt’altro film capire chi per primo riuscirà a intercettarli e a tarare la propria offerta, per definizione generalista, su questa “gggente” così per certi versi sfuggente.
@Mariangela. Anche io penso che sia un ulteriore passo verso la personalizzazione degli stili di consumo. Rimanendo sul tema dell’usato, il settore alimentare, anche per ragioni oggettive di vita dei prodotti, pone dei vincoli piuttosto grossi. Ma sempre negli USA non solo le persone ma anche i Retailer hanno un rapporto molto sereno con l’usato. I fine serie e l’usato sono gestiti come una categoria complementare alle altre. Basta dare un’occhiata ai siti di Amazon o Apple per scoprire che vendono usato come ebay :-)
@ Alessandro. C’è un caso aziendale molto famoso. La Allen Edmonds, scarpe da 400 al paio, scoprì che offrire un servizio di riparazione non faceva diminuire le vendite secondo il mito per cui se le ripari non le vendi, ma anzi faceva crescere la fedeltà alla marca e aumentare la clientela complessiva. Altre brand storiche sono come Dr Martens o Barbour si prendono cura dei propri capi, i Burberrys ricondizionati non fanno concorrenza a quelli nuovi ma aumentano il valore della brand.
I clienti stanno cambiando, forse anche i produttori e commercianti dovrebbero superare la mentalità da bottegai.
Come ricordava, mariangela, uno dei business più vecchi, l’automobile, ha un rapporto con l’usato molto sereno: viene sovvenzionato e promosso :-)
Sto cambiando casa e quale momento più adatto per fare l’inventario? Da sempre utilizzo siti ad accesso free per vendere ciò che non mi serve o non mi piace più, trovando sempre l’acquirente ; proprio ieri ho venduto un mobile che non traslocherà con me!
Il sistema si sta, seppur lentamente, evolvendo e/o trasformando e quella stessa persona appassionato rider che acquista solo l’ultimo modello della Ducati, magari ricicla mobili nei mercatini dell’usato o ama indossare abiti vintage per poi spendere cifre, per alcuni inconcepibili, in un casco o una giacca multi strato. La tendenza al consumo prima ancora che razionale, è orientata all’espressione del sé, della propria personalità e oggi gli stili di consumo sono molteplici e zigzagati in uno stesso individuo. Il Consumatore di oggi è un nomade con stili fortemente personalizzati.
grazie a tutti per i commenti, contributi molto interessanti!
http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-d34b9d93-2ee7-4728-bde2-9e8c1358254a.html