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PP, la modella (r)anoressica, le risposte insensate, i blogger, l’isteria collettiva

patrizia pepe

Ieri pomeriggio Diletta, per l’edizione di Firenze del Corriere della Sera, ha scritto un bell’articolo, equilibrato, cercando di sentire i pareri di tutti gli interessati, sulla vicenda della foto contestata apparsa sulla bacheca di Patrizia Pepe e mi ha chiesto un parere. [edit, leggi in fondo anche il mio commento del 30.5.2011]

Peccato che la foto, e la discussione, sia ora introvabile sulla loro bacheca di Facebook. Loro dicono che non l’hanno cancellata, quindi si sarà autodistrutta dalla vergogna. In ogni caso, la foto, riguardandola qui sopra, dà davvero i brividi, appena di più delle deliranti e isteriche risposte lasciate dal gestore della pagina — che si leggono ancora negli screenshot di NinjaMarketing. A Diletta ho detto questo:

«Bisogna sempre cercare di abbassare i toni, anche a costo di passare per quelli che ammettono una parte di colpa. Per un semplice motivo: dicendo “hai sbagliato”o “non avete capito”, non si riuscirà mai a sedare la discussione» . Altro metodo potrebbe essere quello di passare ai fatti: «Replicare direttamente con le prove che sostengono la propria posizione. Prendiamo questo esempio: la modella è davvero una taglia 42? Benissimo, si potevano pubblicare una foto o un video che dimostravano le sue reali misure» . Oppure ancora, ricorrere ai metodi analogici: «Quando succedono queste cose, si può anche spendere il tempo di qualche chiamata per contattare gli autori dei post: non per censurare, ma per spiegare» . Il problema è che «le aziende sono poco abituate alle contestazioni non istituzionali» . Ma va considerata anche l’ipotesi che qualcuno cavalchi l’onda dell’indignazione per tornaconto: «Cè chi non vede l’ora di seguire il brand di turno per scalare le posizioni nelle ricerche di Google. Se hai un blog seguito e parli di una marca nota, è un attimo» .

Il resto si trova su Patrizia Pepe e la furia del web – Corriere Fiorentino.

Aggiungerei solo una riflessione: ciò che funziona in pubblicità non va necessariamente liscio sui social media, anzi. Ma molte aziende non l’hanno ancora capito. Quando si cerca di utilizzare la stessa “creatività” che punta a “colpire”, per popolare luoghi in cui sensibilità personali prevalgono, bisogna essere minimamente preparati al dissenso. Ciò che una volta pensavamo e basta, passando davanti a certi cartelloni pubblicitari, ora lo scriviamo, e quelli che la pensano come noi arrivano e ne portano altri ancora. Possiamo essere maleducati, e un po’ troppo incazzati, ma le persone hanno subito la comunicazione passiva per 50 anni, e ora si prendono la loro rivincita, senza troppe finezze stilistiche. Quelli che pensavano che la loro pagina Facebook sarebbe stata una passeggiata pubblicitaria, solo meno costosa, sono avvisati.

[edit: ho seguito, dopo aver scritto il post, la vicenda delle scuse e della trasparenza con cui le persone di Patrizia Pepe hanno voluto chiudere la questione, e credo che sia di sicuro un esempio di come facendo seguire un comportamento adeguato, non c'è crisi (soprattutto come questa, basata su un episodio, e non su un fattore strutturale del prodotto) da cui non si possa uscire bene e anzi guadagnandoci in umanità e reputazione. Poi a un evento ho conosciuto la persona che ha lasciato quelle che ho definito "deliranti e isteriche risposte" e ho capito che era davvero in buona fede, era la *sua* azienda, e si è sentita in quegli attimi in cui il cuore prevale sulla ragione, sul mellifluo "lasciate perdere" che avrebbero di sicuro applicato le agenzie di social media outsourcing. Be', che dire, le faccio anche io le mie scuse. La conversazione tra persone risolve, sempre. Oggi Patrizia Pepe è un'azienda che ha imparato molto, e anche tutti noi. Che dovremmo sempre un po' riflettere prima di scrivere di cose che conosciamo solo in parte.]

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