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Perché questo Google Plus non mi interessa

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E sì, sono anche io in quella minoranza eletta che può già provare in anteprima il nuovo Google Plus (o Google+, d’ora in poi G+). Premetto che sono in vacanza, e che sono connesso circa un’ora al giorno, non di più. Ma a volte essere poco connessi ha il vantaggio di farti vedere le cose con un certo distacco.

Sapevo di questo progetto da tempo, da quando mi arrivò (grazie a Marco di CommonSense, AKA Piccolo Imprenditore) questo whitepaper (“The Real Life Social Network“) in cui  uno dei componenti del team di G+ descriveva il concetto delle differenti reti sociali per ogni individuo, secondo il quale ognuno di noi è più di uno (io sono il blogger qua, sono il papà là, sono l’ex giocatore di basket lì, e l’ex bocconiano laggiù, ecc.) e che sta alla base dei Circles (cioè i sottogruppi in cui suddividi i tuoi amici in G+, Cerchie in italiano, in modo da poter differenziare i contenuti condivisi).

La premessa era interessantissima, ma la trasposizione in pratica — secondo il mio modestissimo parere — ha perso tutta la vitalità che stava alla base del pensiero originale per ricalcare in forma di – yet another social network — l’ansia per Facebook che sembra pervadere Google recentemente, o forse l’ansia dei suoi venditori di pubblicità, che vedono affluire sempre più soldi nel posto blu invece che in Adwords e Adsense.

Quella che poteva essere una blue ocean strategy si è sedimentata, probabilmente a furia di politiche interne, in una red ocean strategy, in una futura battaglia di trincea contro il grande nemico, tesa a strappargli a uno a uno i 750 milioni di utenti del 2011. Una battaglia impossibile: di Facebook ne è riuscito uno, punto, go away. L’anagrafe ufficiale di internet è già stata fatta, basta così.

Il risultato finale (per ora) di G+ è invece qualcosa che gli assomiglia parecchio, con la sua logica standard Main Feed-Profilo-Amici, ma senza quelle cose orripilanti che piacciono tanto alle persone “normali” (giochi, app, domande), per ora utilizzato da parte della popolazione di Friendfeed (in Italia, dove questo strano fossile vivente continua in un’oasi protetta a essere il rifugio degli early adopter e dei tranfughi di Splinder), in quanto ovviamente più attivi e vogliosi nello sbattersi per reperire gli inviti privati all’anteprima. E quindi i beta tester di G+ non saranno persone normali, ma superconnessi utilizzatori della rete: come far progettare la Panda ad Alonso e Vettel.

Insomma, si rivedono di nuovo le stesse facce, me incluso, con un sistema molto più chiuso all’esterno (devi entrare in G+ per scrivere, non puoi postare via Twitter, non puoi importare feed, non puoi postare via email). Certo, molti mi dicono che è troppo presto, “dagli tempo”, arriverà tutto. Il tempo glielo do, tutto quello che vuole, a mr Google. Che “poi arrivano le API”, e “ci faremo i client”, e “integreremo Docs e Calendar”, e sarà un universo perfetto e “seamless”. Che poi “Google te lo farà usare per forza, perché te lo piazzano nella barra in alto”: come se fosse bastato per Buzz, che te lo piazzarono a forza dentro Gmail. La logica dell’esposizione per ottenere un’azione funziona poco e male, vi ricordate i banner, vero?

Ho l’impressione che abbia prevalso la logica aziendale del “dobbiamo avercelo anche noi, un social network”, piuttosto che “dobbiamo fare una cosa che non esiste”. Questa mania di avere e fare tutto perché una cosa ti è riuscita tremendamente bene: esattamente come la posta di Facebook che doveva uccidere Gmail e Hotmail (eccerto), oppure Apple che ha voluto farsi il suo social network musicoso, il Ping natomorto o quell’altra roba, iAdv o come si chiamava, che nessuno ne parla più. Il grande problema delle grandi aziende è che a un certo punto si trasformano in ACME. Ricordate Willy il Coyote e gli acquisti per corrispondenza? Arrivavano da ACME, appunto, A Company Making Everything. Ma in internet è difficile essere tutto per tutti, ancora di più che nel mondo degli atomi. E la grande auto illusione della grande azienda è sempre “esiste già, ma noi lo faremo meglio”. E invece no, la piccola startup lo fa prima, lo fa diverso.

Tornando a G+, esistono enormi economie di apprendimento a favore di Facebook. Svariate generazioni hanno imparato a usarlo, come paradigma del social network, e non hanno nessuna intenzione di sostituirlo.

Con un tono morettiano, mi viene da dire che mi aspettavo di meglio e di altro, da Google.

Google sa tutto per definizione, sa cosa cerchiamo, conosce tutto dei nostri interessi e di come si evolvono nel tempo. Mi rendo conto invece che Google non comprende la psicologia delle persone normali, umane: ti pare che la parola “Cerchia” possa essere utilizzata da un essere sano di mente? Questa roba è uscita di nuovo da ingegneri, studiata a tavolino come il prodotto perfetto. Ti pare che a una persona normale venga in mente di suddividere gli amici e di sbattersi pensando ogni volta verso chi sharare contenuti? E’ molto più probabile che ogni multi-persona abbia già i suoi luoghi sociali differenti.

Se Google sa tutto, perché non mi trova invece le persone con cui condividere i miei interessi? Perché non ha ragionato al contrario, facendomi vedere solo le cose che mi interessano tra quelle sharate dalle persone che seguo? Ecco la parola chiave che speravo di sentire, interessi. Facebook è relazioni, Google interessi. E invece vuole giocare sulle relazioni, in cui Facebook gioca in casa.

Facebook agli esordi è partito piccolo, piccolissimo, soddisfacendo un bisogno reale di un piccolo gruppo di persone normali, e aggiungendo poi funzioni che impattano nella vita reale, i compleanni, i poke, i tag nelle foto e continua ad ascoltarne le esigenze: per esempio, i gruppi privati sono un enorme successo sotterraneo che nemmeno riusciamo a quantificare. E del resto, anche Facebook ha da tempo le liste di amici (le sue Cerchie) ma credo che il fatto di non evidenziarle non derivi da mancanza di ascolto delle necessità, ma proprio dalla sua capacità di capire che ‘ste liste o cerchie, in fondo, interessano davvero a pochi.

Ma quindi, cosa ti aspettavi, gluca? (continua il tono morettiano)

Leggendo il paper speravo nella rivincita, capitanata da Google, di ciò che rimane (e credo sia davvero tanto) dell’internet sociale non risucchiata da Facebook, di quei forum che resistono e anzi avanzano, delle mailing list e di tutto quel mondo che discute via email, un qualcosa che prendesse il meglio dai Google Groups e da Ning e lo portasse in un luogo moderno, facile da usare, con interfacce contemporanee, e che anzi fornisse il tool (e non il prodotto finito!) per costruirsi gruppi basati sui contenuti, per tutto quel mondo che non ne vuole sapere di Facebook, di chi non ama collegare le proprie differenti passioni a un unico profilo pubblico, di chi non vuole usare la grande anagrafe universale di internet con i suoi nomi e cognomi, ma solo discutere dei propri interessi e delle proprie passioni.

(Poi magari hanno ragione loro, e tra dodici mesi G+ sarà grande come Facebook, chissà)

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