Il product placement in To Rome With Love e la teoria dello specchio

Foto di Stefano Maggi su Instagram

Ieri ero a vedere To Rome With Love (ehi, solo grazie alla tessera 3 che ti fa andare al cinema aggratis) e — forse perché pochissimo attratto dal film stesso — ho cominciato a elencare mentalmente tutti i prodotti che magicamente comparivano all’interno:

  • un aereo Alitalia con logo sul poggiatesta in bell’evidenza;
  • una sportina Intimissimi appoggiata per caso in prospettiva banner 140×480;
  • tutti che bevono acqua minerale in quantità industriale, perfino con dialoghi ad hoc: l’acqua era San Benedetto. E ogni bottiglia era girata con l’etichetta in favore di telecamera, come non si vedeva dai tempi di Bombolo ed Edwige Fenech con i pacchetti di sigarette;
  • il sugo della pasta era al 100% di Mutti, anche qui con barattolo ortotticamente girato verso la telecamera;
  • il caffè rigorosamente Illy, che deve avere quattro loghi per ogni confezione, per essere così ben leggibile.

Tra la visione del sugo e il caffè mi giro, e le dico — ma hai visto quanta pubblicità ci hanno messo dentro? — E lei: — davvero? quale pubblicità? — — Ma dai, il sugo, il caffè, l’acqua minerale, la San Benedetto… — — Ah, nemmeno l’ho notata — — E la sportina di Intimissimi? — — Ah, sì quella un poco sì. —

Ora, è probabile che il product placement si estenderà fino a guidare le storie (come in questa, in pratica) e a quel punto chiederò io i soldi per andare al cinema (ehi, sarebbe bello farne un business plan — un po’ come i beenz!). Oppure si estinguerà dopo che — chissà — qualcuno intuirà che l’ENORME visibilità del product placement c’è soprattutto per chi LA VUOLE vedere: in genere, qualcuno che lavora da un competitor o nella stessa azienda.

È il picco della mia teoria dello specchio: la pubblicità più venduta non è quella che più rende, ma quella che fa più figo nell’entourage di chi spende i soldi — che poi, a misurare, come a morire, si fa sempre in tempo.

(flashback)

— Ho visto i nostri banner sul portale xxy? Belli, eh! Che impatto! Che brand awareness! E li hai pagati pure poco. — — Ehm, sì, sì. — — Ma quanto ci hanno cliccato, per curiosità? — — Be’, lo 0,0001% — — Vabbè dai, tanto noi mica vendiamo online, giusto? — — Certo, certo. —

(tornando al film)

La mia recensione: “È il cinepanettone di Woody Allen”, ma sento anche affinità con questa recensione “Una cagata pazzesca

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15 Commenti

  1. Pubblicato il 8 maggio 2012 alle 9:46 AM | Permalink

    E il product placement personale di Dolce&Gabbana che addirittura appaiono di persona??!! Comunque c’era anche una nuovissima Lancia Thema, sempre con marchio in primissimo piano, nella scena di Benigni nel parco!!

  2. Erika
    Pubblicato il 8 maggio 2012 alle 9:53 AM | Permalink

    Pasta Garofalo quando preparano la cena e dal sacchetto della spesa sbucano i salamini Beretta!

  3. Pubblicato il 8 maggio 2012 alle 10:03 AM | Permalink

    Tra i marchi possiamo ancora inserire nell’elenco: Fiat (quante nuove 500 si vedono?); Lancia (da molto tempo presente nel mondo del cinema tramite sponsorizzazioni dirette, come nel caso dei vai Festival, da Venezia in giù); Ferrari (c’è sempre una scusa per farsi un bicchiere o brindare); Piaggio (tutti gli scooter presenti).
    Discorso a parte meriterebbe il tema del Placement delle comparse: praticamente tutti gli attori che adesso stanno lavorando tra tv e cinema hanno trovato un buco per farsi vedere anche per una manciata di secondi.
    Adoro il cinema di Allen, dal 1969 ad oggi e vedere ciò mi ha addolorato. Ha deciso di fare il suo più brutto film nel 2012. E ha deciso di farlo in Italia.
    Peccato!

  4. Pubblicato il 8 maggio 2012 alle 10:05 AM | Permalink

    Il massimo è stato il momento in cui hanno inquadrato Dolce e Gabbana….. un pò di product placement lo condivido ma quando è troppo è troppo!

  5. Pubblicato il 8 maggio 2012 alle 10:11 AM | Permalink

    Concordo sulla visibilità dei prodotti, anche perché noi in fondo già viviamo in posti dove siamo circondati da brand vari, quindi perché dovrebbe essere diverso se visto al cinema?

    Un occhio allenato sicuramente vede bene i prodotti (io quando non c’era la legge mi sforzavo a capire i marchi che venivano “occultati”..), ma uno che guarda il film no.

    Mi viene in mente quanto succedeva a Truman Show, lì avevano capito tutto. Non basta far vedere un marchio dentro uno spettacolo per fare pubblicità, ma ne devi anche *parlare*…

    Arriveremo anche a questo?

  6. @grrrr
    Pubblicato il 8 maggio 2012 alle 1:26 PM | Permalink

    Ma io mi chiedo chi sono questi pirati che fanno placement in To Rome with Love? Stanno rovinando questo business che potenzialmente dovrebbe aiutare il cinema. Ma così le aziende non investiranno più!!! In un articolo sul corriere economia di ieri il presidente della società che ha fatto il placement nel film di San Benedetto ha dichiarato: garantiamo ai nostri clienti placement naturali e ben integrati nella storia. In questo film il placement ci ha fatto tutti vergognare! Complimenti!

  7. Pubblicato il 8 maggio 2012 alle 3:00 PM | Permalink

    GLuca, ti avevo risposto – tra il serio e il faceto su Twitter – citando Pappa & Ciccia ma mi sembra di capire che il “cinepanettone” di Allen si situa “sotto”…quindi onore a Neri Parenti…pensa che mi è venuta in mente Alitalia (che ti citavi nell’indovinello sul product placement) pensando alla scena assurda del “volo”, interpretata da un immenso Lino Banfi :-)

  8. Pubblicato il 8 maggio 2012 alle 7:29 PM | Permalink

    E il bellissimo dentifricio Marvis in bagno durante la rapina in hotel!!:)

  9. Marco
    Pubblicato il 9 maggio 2012 alle 12:37 AM | Permalink

    Comunque sempre simpatico e mai noioso!!

  10. angelo
    Pubblicato il 13 maggio 2012 alle 11:30 PM | Permalink

    Il product placement esiste da quando mondo e mondo in tutti i film americani, solo che in questo è diventato un caso nazionale perché le marche, essendo italiane, si notano di più.

    • @grrrr
      Pubblicato il 14 maggio 2012 alle 4:29 PM | Permalink

      Caro Angelo il product placement in America esiste da che mondo e mondo, ma noi neanche ce ne accorgiamo non perchè non conosciamo i brand ma perchè lo integrano in maniera naturale. Tu non conosci i brand Dell, Coca Cola, HP, Apple, Sturbacks etc etc??

  11. halo
    Pubblicato il 15 maggio 2012 alle 10:43 AM | Permalink

    E’ verissima la teoria dello specchio, l’ho riscontrata tante di quelle di volte anche io con tantissimi direttori marketing , specie negli ultimi anni devo dire con Facebook ( i cui ads non è che poi brillino per ctr , quando spesso hanno il range tra lo 0,03 e lo 0,08 %, diciamo anche questo và ) .
    Il perchè ? Perchè tantissimi di questi che conoscono solo i media classici, vogliono essere anche loro su Facebook perchè fa figo e perchè loro iscritti a FB e quindi vogliono vedersi con la loro fan page e i gli ads.
    Ed ecco che poi danno un budget ridicolo al social media guru presunto tale e alla agenzia ultraspecializzata nel social media che oggi fa tanto figo, I quail per le 2 lire 2 che gli hanno scucito molto spesso buttano giù un lavoro fatto con ultrasufficienza , senza contenuti, idee, strategie.
    Come finisce ? Finisce che poi , il direttore marketing che pensa che fare adv su Internet sia come sulla televisione, poi dice ” abbiamo fatto il web, ma non ci ha dato ritorno, quindi non lo facciamo più , torniamo a fare solo tv e stampa che quelli si funzionano “.

  12. halo
    Pubblicato il 17 maggio 2012 alle 3:43 PM | Permalink

    A proposito di adv che non dà ritorno, 2 news di strettissima attualità

    1. http://punto-informatico.it/3519023/PI/News/gm-facebook-non-vale-pubblicita.aspx

    2. http://www.camisanicalzolari.com/2012/05/i-finti-followers-e-i-finti-fans.html

    Morale: non sempre tutto quello che è di moda – oggi la parola social adv è sulla bocca di tutti – è per forza garanzia di successo, vedi il caso eclatante di Second Life qualche anno fa quando tutti aprivano lo store virtuale su Second Life e sembravi uno sfigato se tu azienda non c’eri con il tuo brand.
    Ora, il web 2.0 e i social network sono cosa molto seria a differenza di Second Life, lungi qualsiasi paragone, ma resta il concetto : non è che mettersi in bocca la parola social – marketers o consulenti mktg & adv – è la bacchetta magica .

  13. Pubblicato il 1 giugno 2012 alle 4:20 PM | Permalink

    Splendida analisi. Stimo la tua sintesi! :)

  14. Letizia Parri
    Pubblicato il 5 giugno 2012 alle 5:31 PM | Permalink

    Un buon product placement è quello che si vede, ma resta discreto… Quello di “To Rome with love” é clamorosamente e anche imbarazzantemente evidente… quasi sfacciato. Com’è caduto in basso Woody… La prossima mossa quale sara? cambiare il cognome in Wudy e chiedere la sponsorship di Aia?