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Lode alle passioni (degli altri)

Spesso dico agli altri di non avere passioni e loro non ci credono. Ma è, in un certo senso, vero. Da piccolo avevo già in nuce questa cosa e un po’ ci soffrivo: non stavo male se la mia squadra perdeva, non passavo il sabato a smontare i carburatori per sostituirli, per far correre di più la moto. La bici era solo un mezzo di trasporto economico ma che faceva sudare. La mia prima macchina era solo un modo per andarsene un po’ più lontano e caricarci amici e amiche: cosa ci fosse sotto il cofano non lo volevo sapere (e anche adesso, caro venditore di auto, non mi interessa, davvero). Compravo Superbasket, ma a un certo punto anche quello mi è venuto a noia. E giocavo pure a basket, ma più che altro perché poi si facevano due chiacchiere al playground. Ci fu un momento in cui lo andavo a vedere, il basket. Finivo per osservare i tifosi per la maggior parte del tempo: conoscevano i cori a memoria, si coordinavano, si vedeva che avevano messo più impegno per preparare quei 90 minuti che per qualsiasi altro impegno in settimana. Avevo una certa passione per la new wave, ma a un certo punto, la musica si è come interrotta, e non rimpiango il tempo che dedicavo a saperne qualcosa, dei nuovi gruppi e dei loro dischi. Ora ascolto praticamente solo i podcast di Polaroid (grande passione, la sua) e la musica casuale di GrooveShark, on demand: non so i nomi dei gruppi e delle canzoni, e uso Shazam quando proprio voglio avere un argomento di conversazione. Regola: quello che ti procuri “on demand” non è una passione.

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La passione è spesso un po’ anche possesso, almeno io la vedo così: e io il senso del possesso non ce l’ho e non mi piace. Per esempio, siccome non sono appassionato di auto, la macchina è un peso economico e burocratico, non una goduria emozionale come mi vuol far credere lo spot. Non faccio collezioni di nessun tipo, da piccolo mi annoiavo al 33% completato di ogni album di figurine (forse c’entrava anche il fatto che i miei centellinavano talmente i fondi da uscire dal periodo di vendita e di passione per). Anzi no, una collezione da piccolo l’avevo fatta, quella dei miniassegni: ma non li guardavo mai, mi piaceva guardare le facce degli altri quando vedevano il mio pezzo raro, il miniassegno da 100 lire della Banca Belinzaghi. Non potrei mai fare una startup, comincerei a osservare le startup degli altri, credo. Ora faccio molte foto su Instagram, in questo periodo, ma non sono un appassionato di fotografia: parlatemi di diaframma, e la mia mente va in altri significati. Ditemi obiettivo, e penso a Google Analytics. Non c’è speranza.

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È difficile vivere così, apparentemente. Ma con il tempo, ho scoperto che la mia unica* passione è osservare e immedesimarsi in vario modo nelle passioni degli altri. Quando lavorai in banca, il mio primo incarico fu all’ufficio estero. Due palle senza fine: però alla fine vedendo questi ominidi che davvero si appassionavano a quello che facevano (“vendi marchi, compra pesetas, ehi, guarda che copertura che ho fatto, guarda questo grafico, sembra il Rio Grande”) rimanevo incantato. Poi venne il mondo di internet e dei router: altra roba apparentemente pallosissima. Il trucco, lo scoprii strada facendo, era insinuarsi nella mente dei programmatori: per loro la sequenza di numero-punto-numero-punto-numero aveva un significato, creava una regola, definiva un flusso. Era appassionante osservare come si appassionassero a sfilze di numeri per me senza senso.

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Al lavoro, anche incontrare ingegneri che creavano servizi ADSL era interessante: per loro, davvero le persone avevano bisogno di 7 Mega anziché 2 oppure di 20, e sapevano davvero quale comprare delle tre. Finivo quasi per crederci, in riunione (poi buttavo tutti gli appunti e riprendevo una certa sanità mentale, ovvio che la gente voleva comprare semplicemente quella che costava meno). Poi il grande vantaggio di non avere passioni proprie era di avere tempo: non passavo ogni weekend a fare surf come la mia collega dirimpettaia, per fortuna. Però stavo ore ad ascoltare incantato i suoi racconti (ok, aveva anche un certo splendore, non solo come surfista, ma non era decisivo) su tavole, venti, location, stagioni. E non era per piaggeria, e non è una posa. A me interessano davvero le passioni degli altri. Non ho ancora capito cosa abbiano di speciale gli One Direction (a parte essere belli, in effetti) ma sono incantato dalla passione che [mini]daughter ci mette nel twittare alla propria community di fanatiche perse. Un giorno ho chiamato lo spurgo per la casa e il tipo mi ha spiegato per filo e per segno il suo lavoro. Era davvero interessante sentirlo raccontare, c’è un mondo (sotto di noi). Quando il caseificio mi ha scritto per il caso del parmigiano terremotato, sono rimasto incantato dalla loro passione: ché invece a me l’odore del parmigiano in quantità industriali dà un po’ la nausea, e quando entro nei negozi di formaggi mi sembra di svenire. Però era interessantissimo sentirli parlare delle vacche e della loro psicologia.

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Oggi che faccio il freelance questa cosa è un bel vantaggio: c’è tanta passione in giro, molta di più di quanta ne potrei avere io direttamente. E io la assorbo. Quando sono stato in Ducati come digital manager, non ne capivo nulla (ovviamente) di motori, e loro che cercavano di spiegarmi (tra le altre cose) il motore desmodromico (spero di averlo scritto bene) e io sì sì, ma in realtà osservavo loro, non il motore. Loro erano appassionanti. Le persone sono appassionanti. Le passioni degli altri sono appassionanti (anche nel percorso che porta a capirle veramente). Le proprie passano, sono legate alle cose, sono effimere.

* in realtà ho la passione per la geopolitica: il Bophuthaswana, Timor Est e il Somaliland, e anche l’enclave di Knin. Quelle cose lì.

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