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Otto anni di blog

Ad agosto 2004 registravo e iniziavo minimarketing.it: otto anni, un’era geologica. Quando ho iniziato a scrivere qui, dopo qualche esperienza ospite di altri e in un blog in intranet aziendale (clandestino, chiamato Velcro — che è rimasto il mio nome preferito di tutti i tempi, per un blog), avevo in mente di creare qualcosa che fosse diverso da quello che facevo lavorativamente tutti i giorni — e i più anziani ricordano che era anonimo, in barba a tutto il blah blah sul personal branding: è abbastanza bizzarro che poi questo blog si sia trasformato anche in un veicolo per fare quello che faccio oggi, o forse per capire quello che volevo fare davvero (posto che l’abbia capito, che non è per nulla scontato).

Tante cose sono cambiate: i social network, la frenesia con cui si immettono e circolano informazioni in rete, la commercializzazione e colonizzazione da parte delle aziende della zona abitata della rete, l’industrializzazione delle relazioni pubbliche online e anche  la quantità di materiale a disposizione per qualsiasi argomento. Dei blog che erano nati assieme a questo, attivi-attivi ne rimangono davvero pochissimi.

Ci si stanca, a scrivere. E in effetti, mi sono spesso chiesto se avesse ancora un senso (in senso lato) tenere un blog: la risposta, prendendo in considerazione visitatori, tempo da dedicare, ritorni vari, ecc. ecc., secondo me è no: almeno per quanto riguarda curare un blog che non partecipa al campionato dei blog da dieci post al giorno, o anche solo un post al giorno, che fanno cronaca live su marketing e social, spesso traducendo semplicemente cose che ci sono in rete, in blog americani o addirittura come PDF e paper, o segnalando una funzione in più che un social network ci mette a disposizione, o dando liste di come fare per avere più follower, più fan, più commenti, più engagement, ed essendo meritatamente e perfettamente indicizzati sui motori di ricerca. Io, sarò sincero, non li guardo quasi mai, perché quel che leggo ormai lo leggo in inglese. Ma capisco che, per un pubblico nascente di social media operatori, è un flusso di notizie, già tradotte, molto comodo e con una sua utilità, una specie di corso di aggiornamento continuo e gratuito.

Oppure i blog verticali, food, mamme, viaggi, che vivono (o sperano di vivere) dalle sponsorizzazioni aziendali, in varie modalità, che io non ho mai fatto e non farò mai: non perché sono un puritano, ma perché questo blog nasce per essere una voce indipendente e personale, non come progetto editoriale, e quando inizi ad avere sponsor, come per la stampa, non lo sei più. Basta guardare i vari siti che parlano di marketing e pubblicità, per capire che hanno venduto (se mai l’hanno avuta) l’anima tanto tempo fa, ai venditori di comunicati stampa e agli scambi merci con sponsor altospendenti.

E quindi, perché continuare, se la risposta è no, come dicevo? Non lo so. Forse perché mi piace semplicemente scrivere, e però scrivere per se stessi è noioso. Durante le vacanze, ho riscoperto la disconnessione e la lettura lunga. Ho scoperto che rimanendo disconnessi avevo idee migliori, e diverse. Ho anche pensato che i social che parlano di social mi annoiano a morte. Che non ci fa bene sapere tutto dell’ultima feature di Facebook, se poi non abbiamo tempo di riflettere sul resto, persone o aziende che siamo. Le idee migliori sulla strategia online le ho avute mentre leggevo DeLillo, fate voi.

Quindi, in conclusione, questo blog andrà avanti? Probabilmente sì. Ci troverete dieci modi per utilizzare Twitter in azienda? No. Avrà almeno un post alla settimana? Forse. Parlerà di marketing e negozianti? Credo proprio di sì. Sarà ancora un blog (uni)personale? Decisamente.

Grazie di avermi seguito fin qui.

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