Il marketing del dolore su Facebook

Forse sarà capitato di incontrarne anche a voi, di post come questi. Gente (di solito quasi-famosi, starlette, ecc.) che sfrutta l’ingenuità delle persone per fare like baiting, per aumentare il proprio EdgeRank, per guadagnare fan e fare in modo che i propri post successivi abbiano così più visibilità naturale in Facebook. Come? Prendendo una foto di un caso pietoso e commovente (più lo è, più funziona), mettendo a corredo una frase del genere “mettete un mi piace se” o “scommetto che non mettete mi piace”, e mettere nel testo il tag alla propria fan page. E puf! Si scatena la corsa al like.

La ggente li vede nel proprio feed, magari associata all’endorsement di un amico a sua volta in buona fede, e clicca sul mi piace o sul condividi, rimettendo in circolo — in quella macchina da passaparola che è Facebook — il marketing del dolore e della pietà a scopo autopromozionale.

La cosa più deprimente di tutto questo è che di solito solamente una persona su cento si accorge dello sfruttamento di queste immagini per fini altri, e senza che nessuno di questi like contribuisca davvero alla causa in questione.

Io spero sempre che in Facebook, qualcuno, di soppiatto, cancelli per sempre le pagine di chi usa questi trucchetti aberranti. O chieda a tal Federico Russo (deve essere qualcuno che fa qualcosa in tv che ignoro) di versare un euro per ogni like e commento ricevuto alla vera causa in questione, a cui ha rubato foto e visibilità, questa.

 

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Gianluca Diegoli
Sono un bocconiano sfuggito alle società di consulenza, con un'esperienza ventennale di management nel marketing digitale.
Il mio lavoro è supportare le aziende come consulente indipendente e manager temporaneo su e-commerce, marketing,omnichannel.
Ho lavorato - tra gli altri - per Coop Alleanza 3.0, Ducati, Barilla, Tiscali, Altromercato, Cirio, Henry Cottons, LVMH, Telenor, CRIF, PMI, agenzie e startup.
Ho scritto Mobile Marketing per Hoepli, Vendere Online per Sole 24 Ore e Social Commerce per Apogeo, e altri.
Ho fondato Digital Update assieme ad Alessandra Farabegoli, che organizza corsi sulla comunicazione digitale.
Insegno e-commerce all'Università IULM di Milano.
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6 Commenti

  1. Pubblicato il 17 dicembre 2012 alle 10:23 AM | Permalink

    Fai conto che io non sopporto molto il marketing del dolore neanche quando è effettivamente fatto a fin di bene…

    Comunque ci sono ben due Federico Russo su wikipedia, uno che dovrebbe essere nei Cesaroni e uno un DJ/VJ. Alle volte mi sento fuori dal mondo…

  2. Pubblicato il 18 dicembre 2012 alle 9:56 AM | Permalink

    Sono cose raccapriccianti. Io odio profondamente quelli che fanno queste cose e che sfruttano dolore e/o catastrofi per aumentare la visibilità.

    È davvero una cosa che mi fa vomitare e star male.
    I social hanno portato a galla tanta gente senza scrupoli. È triste.

  3. Paolo
    Pubblicato il 18 dicembre 2012 alle 2:07 PM | Permalink

    ci sono pagine(da piu di 200000 fan) di facebook che parlano di questo argomento dal caso Sarah Scazzi… Buongiorno! ;)

  4. Pubblicato il 21 dicembre 2012 alle 2:34 PM | Permalink

    il web è pieno di sciacalli e le bufale che girano sono veramente vergognose, bisogna far funzionare il cervello e cercare di capire cosa è vero e cosa no e chi ci sta marciando!

  5. Pubblicato il 23 dicembre 2012 alle 8:48 PM | Permalink

    Se non clicco “Mi Piace” non cambia niente!

  6. Pubblicato il 23 gennaio 2013 alle 10:12 PM | Permalink

    c’è un federico russo che lavora a radio dj come dj ma non so se è lui

2 Trackback

  • Di Il marketing del dolore su Facebook | babilonia il 17 dicembre 2012 alle 9:28 AM

    […] marketing del dolore su Facebook 17/12/2012 by enrico r. Riporto anche qui il post di Gianluca Diegoli perchè spero veramente che Facebook (in questo e altri casi) decida una volta […]

  • […] e rimbalzate sulla rete, non sono neppure solo leggende metropolitane, ma, come @gluca spiega in questo articolo, si tratta di  like baiting, ovvero un modo di ottenere tanti like a propri contenuti (spesso in […]