La teoria del detersivo alla spina e altro a Firenze

Ultimamente pare che non abbia tempo (e per fortuna bisogno) di mostrare slide, e così mi faccio bastare un foglio di appunti a pallogrammi e un po’ di sana improvvisazione teatrale: se vi siete persi in passato la teoria del detersivo alla spina, citata per la prima volta qui, la tesi numero 90 sulla campagna, il contadino e il generale, e una divagazione sulle (mai calcolate) esternalità negative [def.] nel ROI del marketing, non perdetevi il dibattito qui sotto, di un paio di settimane fa svoltosi a Terra Futura, sezione Words World Web di Zoes, con la direzione “editoriale” di Luca Conti. Per esempio, se pensate che questo blog abbia posizioni radicali su advertising e un certo tipo di marketing, non potete perdervi le parole del Che Guevara dello Smarketing, Marco Geronimi Stoll.

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Quanto zapping dall’autoradio?

Alla domanda “quanti di voi cambiano stazione durante gli spot sull’autoradio?” su FriendFeed, Twitter e Buzz avete risposto così:

Non che sia proprio un campione certificato sulla popolazione italiana questo gruppone super-geek, ma fa comunque impressione: la radio generalista è conveniente sulla carta, per costo/contatto ecc. ecc. ma quanti ascoltatori ascoltano davvero gli spot dall’auto, che costituisce una bella fetta (e probabilmente quella più spendente e messaggio-spandente) del pubblico radiofonico, soprattutto nelle fasce dei pendolari?

Da notare che tra coloro che dichiarano di ascoltare gli spot, quasi tutti lo fanno per solidarietà alla stazione (“che è di nicchia”, “che ha bisogno di vivere”, “l’unica a trasmettere xxxyyy” ecc.) e non per reale apprezzamento dell’annuncio, che poi se fossi in un inserzionista ci rimarrei ancora peggio (“non rimani per me, rimani per lei”): anche io rientro in questa categoria, ascolto solo gli spot home-made delle radio indie, che di solito sono composti da dialetto-inflessionati siparietti bi-voci naif e improbabili, che però – dai, penso – si arrabattano a favore di esercizi di quartiere simpatici e alternativi anch’essi. In pratica, se crei empatia forte e comunanza di valori, se investi sul tuo ruolo percepito nei confronti dei tuoi ascoltatori anche la tua pubblicità sarà più guardata  ascoltata e sopportata: sta a vedere che il social ROI o whuffie o social currency o social capital si può spendere nel far accettare maggiormente la pubblicità ai propri utenti.

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Come sopravvivere alla bigamia – tra un mac, un notebook e un firewall di Grande Azienda (1ª parte)

“Nessun firewall può fermare il vostro flusso delle idee. Ma rompe comunque notevolmente le balle.” Gianluca Diegoli

Devo dire di essere stato fortunato, nella vita: al lavoro ho sempre avuto una connessione internet relativamente libera (e quasi sempre un unico notebook).

Tuttavia da nove mesi mi trovo a dividermi tra due portatili, uno aziendale (un HP con XP) e uno personale (un Macbook, quindi con l’eterno ulteriore problema di avere applicazioni diverse per lo stesso scopo), con il terzo incomodo dell’iPhone che copre i momenti in cui non mi trovo davanti a uno dei due duellanti.

Quello aziendale, poverino, è imprigionato da blocchi del firewall (“Websense, c’è un posto per te, all’inferno”). L’altro invece, poveretto, è chiuso fuori dal WIFI aziendale che non riconosce il suo macaddress come un passaporto valido per entrare. In ogni caso, l’uso contemporaneo sulla scrivania è da escludersi.

Avere due personal è già un ossimoro di per sé, è come essere bigami (immagino eh!): terribilmente stressante, ad alto mantenimento in termini di RAM mentale occupata, e soprattutto sempre a rischio di dimenticare qualcosa che ti serve, da una parte o dall’altra.

Però la necessità aguzza l’ingegno: da sette/otto mesi a questa parte, grazie a una serie di trucchetti, servizi online e software, sono riuscito a trovare un discreto equilibrio, e volevo condividere con voi questa lista di salvavita (non metto i link, usate Google, vero?)

1) Dropbox: consente di avere una *unica* cartella (con sottocartelle a piacere) di documenti sul desktop, che in realtà è anche un disco virtuale in rete, e quindi di tenere allineati i tuoi file su tutti i dispositivi. Uploado la busta paga in PDF qui, me la ritrovo sul Mac di casa. Problema: in Grande Azienda il protocollo che lo fa funzionare direttamente come cartella drag and drop sul desktop è bloccato, quindi #fail. Soluzione: in Grande Azienda si può uploadare* su Dropbox da web (stranamente Websense non lo conosce). Vantaggio ulteriore: potete leggere i doc salvati anche da iPhone.

2) Gmail: non ho mai amato particolarmente le webmail, ma Gmail è un caso a parte. Con alcuni addon come Better Gmail si trasforma in un client vero e proprio, in cui non rischi mai di aver scaricato una mail su di un PC, e di non ritrovarla sul Mac. Tra l’altro Gmail con il sistema delle label consente di farne anche un sistema fai da te di To Do management; se proprio volete inserire qualcosa da ricordare (e non vi è arrivata via mail) ve la mandate da soli, e la taggate. Ah, problema: il protocollo POP3/IMAP in Grande Azienda è bloccato. Soluzione: questa.

3) Google Docs: volete prendere appunti, avete un preventivo privato da scrivere? Una tabella? Un disegno (è supercool questa ultima funzione di draw!)? Non scrivetelo in locale, scrivetelo su Google Docs. A parte le funzioni di condivisione con il mondo esterno, vi ritroverete il doc sempre aggiornato anche quando tornate sul Mac di casa. Mai più senza, soprattutto per la possibilità di esportare in un formato che vada bene sia per il Mac che per il PC (Word, PDF, PPT, ecc.). Ah, da poco G Docs fa uploadare anche file dal vostro PC: un’ottima alternativa a DropBox anche come storage di file*.

4) Instant Messaging: la Grande Azienda, consigliata dal solito Websense (“brucia, brucia”) vieta installazione di strumenti (di lavoro a tutti gli effetti) come gli IM (ah, Gtalks è però sfuggito alla carneficina, da Gmail), pensando di attaccare così al lavoro il dipendente (in realtà deviando verso il Solitario di XP il fancazzista e rompendo allo sfinimento le balle a chi vuole lavorare). Esistono però due salvavita dal web: Meebo.com (per tutti gli Instant Messenger, Facebook incluso, che ora per Windows ha anche un ottimo notifier da barra delle applicazioni) e imo.im (che addirittura emula anche Skype e ha un ottimo notifier per Chrome). In entrambi non dovete installare nulla, e in Meebo potete anche chiudere il browser che lui non perde la connessione. Se usate Friendfeed, potete anche usare l’IM di Meebo o Imo.im per rispondere ai thread notificati in tempo reale (“Websense, la senti questa voce?”)

5) Xpenser: se siete come me, non siete molto ordinati nelle vostre spese. Serve qualcosa che vi consenta di inserire un pranzo, un acquisto d’impulso da Mediaworld, un Happy Meal comprato in un momento di sconforto, appena vi torna in mente, siate voi davanti al Mac, al PC, o all’iPhone: Xpenser vi consente infatti di inserire spese in comodi report mensili, con Gtalk, da email, da iPhone (attraverso l’app Fresh Xpense, gratuita) da web e perfino da Twitter con un DM. Manca l’SMS solo perché siamo in Italia.

* regola generale empirica dell’upload in Grande Azienda: non so perché, ma se scegliete la modalità di upload “semplice”, senza Flash o altri frizzi e lazzi, c’è il 500% di possibilità in più che la cosa funzioni. Sul CMS aziendale invece sarà per qualche ragione misteriosa e mai precisamente scoperta, bloccato qualsiasi upload.

Ok, nella prossima puntata si parlerà di come bloggare da Outlook, salvare le password  e i bookmark su n browser diversi, leggere PDF trovati al lavoro a casa, usare sensatamente gli RSS e altro senza rileggerli due volte, il tutto in regime di bigamia professionale. Come dicono in TV, rimanete collegati.

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Quale strumento scegliere rispetto ad awareness e openness

Stavo cercando di fare uno schema molto semplice che posizionasse i principali strumenti e ambienti in cui aprire l’organizzazione alle persone là fuori, rispetto a due semplici assi: il primo è awareness (quanto è conosciuta la vostra organizzazione, quali numeri assoluti può o vuole fare in futuro?), il secondo è il grado di openness (per capire cosa intendo, questo schema di David Armano riassume bene). Naturalmente ci sono altri mille fattori da considerare, ma partendo da alcune esperienze pratiche, problemi riscontrati, tragedie prevedibili, dinamiche peculiari, popolazione residente, possibilità di controllo e funzioni operative degli strumenti più un (purtroppo sviluppato) certo sesto senso, ho costruito questo grafico X/Y

Social Media: Openness vs awareness

Che ne dite?

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Il cestinometro del marketing – Return On Inutility

Domitilla da un po’ di tempo tiene una specie di rubrica improvvisata, che si basa sull’osservazione di un cestino, sempre quello: in pratica, ogni giorno che sulla metro c’è una copertina brandizzata della free press, il cestino si riempie in vari livelli, e lei lo fotografa.

Quindi è vero, le persone non ignorano la pubblicità, tutt’altro: anzi, si prendono la briga di strapparla dal giornale e di gettarla nella spazzatura, in modo molto interattivo, multicanale (da migliorare il canale del riciclo, in questo caso) e oggettivamente sorprendente.

Salvo poi che le aziende (come Microsoft in questo caso) non facciano delle pubblicità talmente incomprensibili da non suscitare nemmeno un tale istinto. In ogni caso si tratta di una misurazione inversa del ROI, cioè il Return On Inutility.

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Se il mio Breil potesse parlare (in slavo)

A volte la casualità dei contesti mette in evidenza ancora più chiaramente quanto siano superficiali e vuoti certi tipi di comunicazione: ma qualche volta non tutto va perduto. Per esempio, da qualche settimana incrocio il cartellone della Breil con la solita gnocca  finta, altezzosa, plasticosa e rancorosa, che lascia immaginare chissà quale sofisticato storytelling da parte di un improbabile orologio parlante. Ora, inaspettatamente al marketer originante, sotto quel sei per tre staziona stabilmente una ragazza biondina e slavata, somigliante in qualche modo alla modella, ma dall’abbigliamento “succinto fai da te che vorrebbe essere provocante”.

Poco distante, la scena si ripete: probabilmente nessuna delle due ha un Breil, ma se i loro orologi potessero parlare, racconterebbero probabilmente di ore davanti a camion che rallentano, un po’ di decine di minuti di lavoro, orari di sere tutte uguali. Magari alla Breil non piace l’effetto collaterale, ma come campagna di sensibilizzazione sociale funziona alla grande.

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Intervista #2 – il green-marketing lava più bianco?

In occasione di Words World Web (dal 28 al 30 maggio a Firenze, Fortezza da Basso) a cui avventatamente sono stato invitato, ho risposto ad alcune domande su green washing, creatività, un-marketing e altro ancora.

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Intervista #1 – blog, scatoloni, bambini

In generale, il blog per il blogger è come
un giocattolo per un bambino. E’ solo uno
scatolone di cartone, ma lui ci vede un
castello. Questo è il principale pregio e spesso
anche il principale limite [...]

Il resto su Subvertising di questo mese dedicato a tutto ciò che è extra-small, mini, appunto.

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Lo Wii FiTweet quotidiano

Our Wii Family

Ho appena mandato una mail all’online team. Dobbiamo fare gli esercizi quotidiani, ne sono convinto!

[...] propongo la seguente routine bi-quotidiana sul nostro account Twitter

- controllare la timeline dei following, le mentions dirette e i replies a @xxxx

- controllare il search automatico impostato, e fare il RT di contenuti curiosi, interessanti o inaspettati

- eventualmente partecipare alle discussioni rilevanti anche dove non siamo citati, aiutare con info o rispondere con @ alle domande e ringraziare in caso di citazioni positive o consigli utili

- controllare i search feed (vedi Google Reader) (blog/newsmag post, immagini, tweets, ecc.), e fare il RT o rilanciare contenuti interessanti (abbreviando il link con short URL)

- in caso di possibili alert su prodotto o altro, girarli internamente alle persone interessabili, ringraziare i segnalatori sempre

- tra coloro che ci citano in twitter, scegliere sempre qualcuno di interessante da seguire (persona o newsmagazine, circa uno al giorno)

- usare sempre, quando possibile, le hashtag per #eventi o #modelli

- twittare sempre eventuali news aziendali (non quelle spudoratamente di interesse locale o troppo marketing oriented)

- pensare ogni tanto a creare ‘social poll’ facendo tweet aperti, incitando a rispondere (ci interessa la vostra opinione, what do you think ecc.)

- al venerdì partecipare al followfriday, scrivendoci quali account si sono sottoscritti nella settimana, da segnalare ai propri follower usando la tag #ff

- usiamo le liste! Una lista per i dealer, una lista per i club, una lista per i partecipanti all’evento yyyxxxx… e chiediamo chi vuole essere inserito.

Dobbiamo utilizzare Hootsuite per:

- uploadare immagini in Twitter

- in casi speciali, programmare i tweet, se ci sono contenuti interessanti, per non spararli tutti assieme.

- assegnare e segnalare contenuti interessanti tra di noi

Mi sfugge qualcosa? Fare una lista può sembrare banale, e poco poetica. Ma come scrive Piccolo Imprenditore nella propria signature, “We are what we repeatedly do; excellence, then, is not an act, but a habit.” (Aristotle). E io ho scommesso una cena che arriviamo a 2.000 follower entro la fine di giugno :)

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Pusher “esperti di marketing”

Non chiedetemi come sono arrivato fino a Libero News, comunque sia questo quotidiano riporta spesso notizie succose sul ‘marketing’.

Questi pusher per esempio applicavano di sicuro strategie di experiential marketing. E’ strano che l’articolista non abbia riportato di come i clienti fossero poi incitati a condividere l’esperienza su Facebook (“I like it!”) oppure a condividere la posizione del pusher preferito su Foursquare (con tanto di tips e di mayor, e di sconti per coloro con molti check in).

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