Il marketing insegnato (d)ai negozianti – Ferie, Fiducia, Facebook

In generale, credo che le persone, le aziende, gli amici, i grandi politici si possano valutare più dalle piccole cose, quelle che fai senza pensare, ogni giorno, quelle che non implicano un processo lungo di valutazione, che le fai così perché sei così: quelli che non “parcheggio negli spazi handicap tanto nessuno controlla, a quest’ora” o “tanto rimani solo trenta secondi”, quelli che rispondono gentilmente sia che tu sia un famoso blogger, sia che tu non sia nessuno (senza nemmeno confidare nel fatto che un giorno tu ti ricorderai di loro, e non capiranno quella gentilezza strana). Le piccole cose non hanno bisogno di regole, divieti e regolamenti, funzionano, ci si fida e basta. E’ un sistema efficacissimo, il più fluido mai inventato: ogni valore della transazione rimane a me o a te, e non a chi controlla, misura, regola, impedisce. Ma è anche il sistema più fragile di tutti: basta poco per spezzarlo.

Ecco, se dovessi dire cosa mi spinge a trascorrere in Austria le vacanze estive, non citerei le cose che si leggono sui depliant, non è lo strudel, non è la limpidezza (in senso lato), non è la gentilezza per il turista, non è l’economicità di mangiare fuori, soprattutto con bambini. E’ l’incanto di vedere piccoli segnali di un mondo che funziona perché sì.

Il primo esempio è questo: il venditore di girasoli, 2010. Il nostro agricoltore/commerciante ha messo in vendita i fiori, ha messo la sua cassettina per i soldi, ha messo i prezzi. E se n’è andato a fare qualcosa di più utile, per lui, per me, per tutti: a coltivare i suoi fiori. Ci siamo fermati e abbiamo messo dentro i soldi, non perché ci fosse la telecamera, perché in quel preciso momento doveva essere così, come se tutto il paesaggio ci stesse — non controllando, no — ma mettendo alla prova, per vedere se eravamo degni di essere lì.

Il secondo episodio è la vendita del giornale.

Nel mondo delle piccole cose, non ci sono edicole, ci sono giornali selfservice, in cui tu metti la moneta, e prendi il giornale. Ma la seconda azione non è strettamente dipendente, né tecnicamente, né per controllo remoto, dalla prima. Eppure funziona perché sì: io pago il giornale al giornale, e il venditore di giornali nel frattempo fa qualcosa di più utile.

Terzo episodio, le marmellate a libero servizio.

C’è il listino prezzi, c’è la cassettina con i soldi e la fessura, c’è un campanello che serve per chiamare il fattore o la signora delle confetture — in caso di bisogno. I prezzi sono ridicolmente bassi. Ci fermiamo e facciamo la spesa. Inseriamo i soldi.

Ora, una delle mie speranze remote è che questa socialmania non sia solo un mezzo per le aziende per provarci con noi un’altra volta, ma serva soprattutto come fabbrica di legami reali (ricerca n.1) di fiducia (ricerca n.2), da trasportare fuori da internet e dai barcamp, per creare un’economia di piccole cose più scorrevole ed efficiente, di relazioni tra persone che lavorano assieme perché si reputano vicendevolmente brave e degne di fiducia. Io sto lavorando così, in questo momento. E spero di continuare a farlo sempre di più.

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Gianluca Diegoli

Nato davanti alla TV ma con un'esperienza ventennale di management su digital marketing, ecommerce e comunicazione online per le maggiori aziende italiane. Ho creato il progetto di formazione Digital Update con Alessandra Farabegoli e insegno digital marketing all'Università IULM di Milano. Ho scritto Mobile Marketing per Hoepli, Vendere Online per Sole 24 Ore, Social Commerce per Apogeo, e 91 Discutibili Tesi per me stesso.

16 thoughts on “Il marketing insegnato (d)ai negozianti – Ferie, Fiducia, Facebook”

  1. In zona Valpolicella c’è un tizio che fa l’agricoltore come secondo lavoro, raccoglie le ciliegie dai suoi campi e le vende con un carretto sulla strada. Lui non è quasi mai lì, perché deve raccogliere le ciliegie. C’è un barattolo per i soldi e ci sono le cassette di ciliegie. E tanta buona educazione.

  2. Che post romantico, Gianluca! Il giornale self service lo si trova spesso anche in Alto Adige, ovviamente. Bello e positivo il tuo messaggio. Speriamo in un vero viral marketing della fiducia.

  3. “non perché ci fosse la telecamera, perché in quel preciso momento doveva essere così, come se tutto il paesaggio ci stesse — non controllando, no — ma mettendo alla prova, per vedere se eravamo degni di essere lì.”
    pura poesia…

  4. Sono stato in Austria anche io e devo ammettere che la mentalità Austriaca (ma anche altoatesina) è completamente diversa dalla nostra. Lo dico con una nota di rammarico, e anche un po’ di vergogna.

    La mia esperienza:
    Area sauna dell’albergo, ovviamente il silenzio è la regola… ma se ci sono nostri compatrioti stiamo sicuri che c’è l’eccezione! Sala relax con gente che sgranocchia carote, rumoroso chiacciericcio nel bagno turco…

    A cena, una sera, il dessert era a buffet, per cui entrando in ristorante i dolci facevano bella mostra (molto invitanti) sul tavolo del buffet. Secondo voi da dove veniva la famiglia che, schiamazzando, si affrettava ancora prima di sedersi a tavola per non correre il rischio di restare senza dolce?

    Non mi ritengo migliore degli altri, figuriamoci. Però mi pongo una domanda: se non siamo in grado di avere rispetto per la gente che ci sta attorno, come possiamo pretendere che ci possano essere realtà come quelle che hai descritto nel post qui sopra?!?!

  5. In Inghilterra e’ una cosa normalissima. Tu cammini per strade di campagna sperdute, ed ecco che accanto al recinto della casa, ai bordi della strada ci sono in vedita uova, verdure, frutta, marmellate, tutte fatte in casa o nell’orto di chi le vende. Poi c’e’ la scatolina per mettere i soldi, che si chiama “honesty box”. Ed e’ veramente una cosa che fa piacere vedere, e credo che la percentuale di coloro che non pagano sia prossima allo zero.

    1. Hey, Matteo voglio darti torto. Nella collina del Cartizze, in Valdobbiadene, sono stato nell’Osteria senza Oste. Bevi, mangi, e lasci cio’ che ritieni congruo, cio’ che puoi. E allora .. Eh? Cosa dici adesso? :) Non hai parole?

  6. I buoni, alla fine, vincono. Lo diceva un prof di Economia al termine delle lezioni. Me l’ha fatta venire in mente questo tuo post, colmo di una fiducia nel futuro (e nel presente) che condivido.

  7. in CH e DE è già così, zucche, gladioli (i girasoli non ce la fanno), ma anche formaggio e uova. In Svizzera ho perfino trovato un posto in cui uno segna il nome per avere credito se non ha i soldi giusti.

  8. Giuro, Gian: ieri, prima di leggere questo post ne ho scritto uno molto simile sulla Germania! Certo, non con le tue auliche conclusioni: io parlo semplicemente di civiltà :)

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