Perché i “blogger non esistono”

Foto di Ferrara, del Giornalaio (bentornato a casa!)

Mentre ero sintonizzato con l’evento Travel Blogger Elevator su Twitter, mi sono ricordato che due anni e mezzo fa (sembra un secolo fa) ho presentato una cosa in cui dicevo che i blogger non esistono. Che si inquadra molto bene nel discorso di qualche settimana fa sulla morte dei blogger e sulla rinascita dei blog: sull’argomento si sa la mia opinione. E si ricollega all’auto-sindacalismo (sto scherzando, per capirci) del travel blogger: fare il blogger non è e non sarà mai un lavoro, il blog è uno strumento di content marketing, non un media in miniatura. Sarà un viatico per avere un lavoro (che ti piace): copy, scrittore, marketing manager, digital PR, ecc. ecc.

Ma non si può “vivere di blog”: non vivranno nemmeno i giornali, di scambio contenuti contro sponsorizzazioni, o di banner, figurati i blog. Credo che in futuro nel turismo gli operatori chiederanno direttamente agli ospiti di produrre contenuti,  e si trasformeranno in curatori di contenuti. I travel blogger, ma soprattutto i blog trip sono solo una fase di passaggio, verso la definitiva socializzazione dell’esperienza turistica — direttamente delegata al turista stesso. I travel blogger saranno disintermediati. Raccontare un viaggio (su commissione) non sarà più necessario (ma se lo fate spontaneamente con passione, e sapete scrivere, vi si leggerà sempre, e qualche azienda intelligente assorbirà le idee, e magari vi contatterà in privato): avere qualcosa di nuovo da dire, sì.

Ora, travel blogger: distruggete pure quanto sopra nei commenti. O spiegatemi, se da qui non ho capito.

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Pubblicato da

Gianluca Diegoli

Nato davanti alla TV ma con un'esperienza ventennale di management su digital marketing, ecommerce e comunicazione online per le maggiori aziende italiane. Ho creato il progetto di formazione Digital Update con Alessandra Farabegoli e insegno digital marketing all'Università IULM di Milano. Ho scritto Mobile Marketing per Hoepli, Vendere Online per Sole 24 Ore, Social Commerce per Apogeo, e 91 Discutibili Tesi per me stesso.

67 pensieri su “Perché i “blogger non esistono””

  1. Hai capito tutto, ma siccome sei di solito avanti di sei o sette anni. I travel blogger per almeno dieci anni potranno continuare a scrivere in tutta libertà. E in questi momenti dieci anni sono quasi un posto fisso.

  2. quello che non funziona è “su commissione”. L’entusiasmo non si paga. oggi però, mentre mia figlia guardava con stupita shopping night su Real Time ho scoperto che esiste il look da blogger. Quindi esiste la divisa da blogger forse esiste anche il lavoro di blogger. Certo era su Shopping Night…

  3. ciò che non funziona è l’entusiasmo su commissione. Comunque oggi mentre mia figlia guardava Shopping Night su Real Time, ho scoperto che esiste il look da blogger. Quindi se esiste la divisa da blogger esiste anche il lavoro di blogger. certo era su Shopping Night

  4. Gluca, lo dico sottovoce, ma di blogger che si guadagnano da vivere con le pubblicità sul blog in America ce ne sono tanti! Mantengono pure le loro famiglie! In Italia, per ovvie limitazioni linguistiche e culturali, tutto ció non sarà mai possibile…

    1. Breve, chiaro, conciso. Quoto e condivido totalmente. Lavorando come seo in settori piuttosto competitivi dove i links non sono poi così naturali effettivamente posso affermare che alcuni blogger ci vivono con i soldi proveniente dalla vendita di posts, links ecc.
      Ma credo che chi guadagna con post venduti sui propri blogs abbia vita poco lunga per il semplice motivo che prima o poi i tuoi lettori si accorgono che i giudizio e le opinioni non sono le tue personali ma che “ti sei venduto”.
      Chi segue un blog lo fa perchè si fida, e si fida delle opinioni del blogger, nel momento in cui la fiducia viene a cadere ecco che il blog va a farsi friggere.
      Quello che però credo anche io è che un blog possa aprire altre strade che vanno oltre il guadagno con il blog di per sè (pubblicità, posts, links). Che si parli di visibilità o di collaborazioni.
      Uno strumento piuttosto che un fine.

    2. Sì, ok. Ma Sara, è come dire che puoi mantenerti giocando a calcio, non è la norma, è un caso che capita a pochissimi, anche negli USA.

  5. Giulia: in America ci vivono con le pubblicità nelle sidebar, non con tristi Post sponsorizzati o ancora più tristi link nascosti nel testo. Dooce parla della sua vita, che si paga con numeri che qui sogniamo

  6. Condivido quanto hai descritto, ai “travel blogger” preferisco decisamente leggere la propria esperienza di viaggio narrata direttamente dal visitatore.

  7. Caro Diego ora dovrò fare due commenti differenti, uno da agente di viaggi e blogger per TUI.it (o dovrei dire social media specialist visto che i blogger non esistono :), e uno come appassionata scrittrice, non solo di viaggi, su Travelgum.it.

    Nella prima veste la nostra speranza, per le agenzie di viaggi, per i tour operator, albergatori e altri operatori del settore, è che ai “servizi promozionali” molto simili a quelli che si trovano sulle varie riviste, si affianchino sempre più racconti spontanei di utenti “normali”.
    Ci tengo a dire che nel settore turistico esistono da sempre gli “educational”: viaggi organizzati dai tour operator per agenzie di viaggio che hanno lo scopo di far conoscere personalmente le strutture che si vendono ogni giorno (io stessa ho partecipato ad un educational in Kenya pochi mesi fa). Ecco, l’importante secondo me è non dimenticare mai la funzione che hanno questi “inviti” e porsi nei confronti del lettore in modo sincero, per non trasformare un educational o un blog trip in una semplice, passatemi il termine, “marchetta”.

    La seconda considerazione – da blogger in borghese – è che se una persona scrive per passione e poi ha l’opportunità di viaggiare proprio per questo suo scrivere, beh, ben venga!
    Ma anche in questo caso l’importante è non dimenticare mai perché lo si fa ed impegnarsi ad essere sinceri con sé stessi e soprattutto con i propri lettori!

  8. Buahahah. Perdonami, non so perché ma quando scrivo di getto ti chiamo sempre Diego!
    Eddài non sarò io la prima…ci si confonde con il cognome.
    Ti confido un segreto: una volta ho corrotto l’amministratore di un blog per fargli modificare un mio commento dove avevo scritto – anche quella volta – “Ciao Diego”. :D

  9. Finalmente riesco a rispondere anche io! Avevo già “nasato” questo tuo pensiero da qualche tweet fatto alla BTO e devo dire che mi piacerebbe tantissimo fare due chiacchiere con te sull’argomento. Mi piacerebbe perché, come hanno già detto in tanti qui sopra, sei sicuramente un professionista con una visione d’insieme più ampia di tanti, anche se mi piacerebbe d’altra parte farti capire anche il mio punto di vista.

    Sulla questione dei travel blogger, nello specifico, secondo me non moriranno (tutti), alcuni si evolveranno :)

  10. Al di là del fatto che non mi piacciono le categorie, credo che ogni blogger sia libero di esprimersi e di scegliere l’argomento del proprio blog. Certe cose vanno ad ondate … verissimo: c’è stato il periodo dei blog erotici, di quelli di lamenti. Ora è il turno di viaggi e cucina? Che male c’è? Scrivo di viaggi perché i viaggi mi hanno formata e fanno parte di quel “content” che mi descrive al meglio. Finché ci sarà una passione da raccontare non ci saranno morti blogghistiche che dir si voglia

  11. Il denaro e la passione molto spesso vanno a braccetto, nel senso che, se la passione tiene, è probabile che porti anche il denaro. Il contrario, invece, è già più difficile, soprattutto in un panorama, quello dei blog, dove si usma subito se chi scrive lo fa perchè pagato o perchè innamorato ( di quello che fa). Certo che aprire un blog pensando che ti sfami è alquanto “romantico”…

  12. … e le aziende tra 2 anni avranno proprio bisogno dei blogger. Non mi sembra un periodo irragionevole, possiamo confrontarci sul argomento volentieri tra 2 anni. Non ragiono in termini del tipo: io destinazione/azienda invito te blogger, usufruisci dei servizi gratuiti, in cambio di un o più post. Piuttosto: ti faccio vivere un’esperienza del mio prodotto/servizio. Più sono capace di regalarti emozioni, più tu avrai materiale da raccontare, in maniera del tutto personale, cosa che rende altamente credibile tutto quello che c’è da dire, raccontare ecc. poi tutto questo ha degli effetti collaterali estremamente interessanti, perché non si tratta solo del singolo blog, ma di tutta la community che si mette in movimento. Ora vediamo se riesco a pubblicare il commento…

  13. eheh mi sa che chi vive di blog non lo dirà mai… ah poi c’è un altro mistero… perché i SEO non girano tutti in Ferrari, con le loro sbandierate conoscenze dovrebbero fare soldi a pacconi ;) (è una provocazione s’intende eh?).

    1. anche io come Gianluca (secondo nome Diego ahahah ;)) non capisco… se fa la copy mica sta “vivendo” di bloggin’… bel post per carità però non vedo cifre ed esempi di monetizzazione…

    1. Effettivamente di lavoro faccio la copy, lavoro che comporta (tra l’altro) anche scrivere sui blog. Con il mio blog personale mi sono guadagnata fin ora un ferro da stiro, uno spazzolino elettrico, una crema antirughe, un po’ di libri e una confezione gigante di caramelline valda.

  14. Ciao vorrei permettermi di esprimere la mia opinione ovviamente rispettando la tua.Hai dimenticato una cosa essenziale nel tuo discorso: il business non governa il mondo, almeno non il mio. E’ la passione che ci spinge, non il guadagno ed il mio blog non chiudera’ . La questione e’ un’altra: quanti travel blogger hanno veramente viaggiato e non scrivono semplici “filastrocche”?

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