Domitilla Ferrari, i suoi Due Gradi e Mezzo, in cinque domande

La foto è di http://compassunibo.wordpress.com
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Qualche giorno fa alla bellissima libreria Trame di Bologna ho presentato assieme a Matteo Bianconi un evento del tour che Domitilla sta facendo per presentare Due Gradi e Mezzo di Separazione, un libro che ho visto formarsi (e su cui mi sono confrontato) in alcuni punti della sua infanzia, e che condivide molta della filosofia spicciola di cui è impregnato questo blog e molte altre cose mie, che ho raccontato per filo e per segno nel numero di dicembre di Digitalic (una specie di “i miei primi 40 anni” che mi sono scordato poi di mettere sul blog). Sono quindi sono molto contento del suo successo: anche se spero sempre di vederlo sugli scaffali dell’autogrill. Sono quasi sicuro che ci arriverà: è un libro pop, nel senso migliore del termine.

A Bologna ho cercato di metterla un po’ in difficoltà (poco poco, perché la folla di groupie e follower e fanatici che la segue poteva mettere a repentaglio la mia incolumità fisica) con alcune domande, senza dirgliele prima, facendo un po’ l’avvocato del diavolo. Queste sono le sue risposte (scritte, ma dal vivo ha detto le stesse cose, giuro).

Ad un certo punto tu nei consigli indichi che avere degli obiettivi nel networking è sbagliato. Ma anche che non avere obiettivi è sbagliato. La spieghi?

Quello che è sbagliato è avere uno scopo, incontrando le persone, che non sia conoscerle. Chi pensa di dedicare il proprio tempo solo a chi gli può essere utile non crea una rete, ma colleziona biglietti da visita, contatti. Non avere obiettivi in generale, nella vita intendo, invece, è sbagliato: fa perdere un sacco di tempo non sapere cosa si vuole fare, dove si vuole arrivare. Non è detto che si debba immaginare il futuro, ma non credo che avere un’idea nuova ogni dieci giorni possa essere produttivo, meglio focalizzare le energie su un progetto e tentare di realizzarlo. Ovviamente, coinvolgendo gli altri.

In molta parte del libro c’è una specie di fiducia in una ricompensa (per esempio nella condivisione della propria conoscenza, dei propri contenuti, eccetera) che verrà e arriverà dopo, ma essendo consapevoli che non c’è nessuna certezza di questa ricompensa, di questo karma. Dobbiamo quindi fidarci di Domitilla?

Sono il miglior esempio che conosco: io ho imparato e continuo a imparare molto da quanti mettono a disposizione ciò che sanno in Rete. Ho le idee chiare abbastanza per sapere che tipo di vita voglio vivere, lavoro compreso, ma non mi chiedo mai in cosa potranno essermi utili le persone che incontro. Eppure sono circondata da persone che mi tengono compagnia e supportano quando faccio un passo avanti verso la conquista del mondo (ride, qua. NDR).

La condivisione delle proprie conoscenze, del proprio sapere, dei propri contatti, è un po’ il centro di tutto il libro, ma questa strategia è applicabile davvero anche alle persone che “non hanno niente da dire”? Quelle che vediamo semplicemente scrivere di calcio su Facebook o pubblicare le foto delle proprie vacanze e perché al lavoro fanno la contabilità? Con tutto il rispetto quelli che fanno la contabilità.

Davvero ci sono persone che non hanno niente da dire? Quelli che fanno la contabilità sanno tante cose interessanti: anzi, loro sanno molto di più di quanto si pensi, sanno tutto. E, se proprio non t’interessasse sapere nulla di come vanno… i conti, vuoi mettere che i contabili non abbiano altro di cui parlare?

 

Tu citi molto spesso Twitter come il tuo social network preferito e quindi immagino anche come il mezzo migliore per fare networking, mentre altri libri usano il classico LinkedIn. Io LinkedIn lo vedo sempre come “devo mangiare più verdura” e quindi l’uso poco pure io. Però Twitter è – siamo realisti – usato solo da una minima parte degli italiani, e perlopiù in modo passivo. Quindi — quando va bene — per leggere le news e — quando va male — per commentare i programmi televisivi. Come facciamo a far girare l’economia quindi?

Conoscendo persone interessanti passiamo meglio il tempo, anche quindi quello davanti alla tv. E Twitter, per questo è utilissimo (e ben frequentato). Scopriamo cose nuove, creiamo collegamenti anche facendo chiacchiere in 140 caratteri. Ci ricordiamo delle persone che raccontano cose interessanti, che parlando di sé (cosa che online più che in qualunque altro luogo riesce benissimo) ci dicono ciò che sanno, ciò che fanno. Più che di quello che scrivono sul CV. Immagino per che per far girare l’economia e creare nuove opportunità di lavoro dobbiamo affidarci a chi chi conosce ciò che fa, non a chi conosce qualcuno. Poi resta che LinkedIn è un ottimo modo per mantenere traccia di competenze e esperienze, capire davvero chi fa cosa.

Non dobbiamo essere amici di tutti vero? Perché non sono mai riuscito. Però spesso prima di conoscerli non possiamo sapere se diventeremo amici o no. E quindi come facciamo?

Selezione. Io faccio così.

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Due gradi e mezzo di separazione, su Amazon

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Pubblicato da

Gianluca Diegoli

Nato davanti alla TV ma con un'esperienza ventennale di management su digital marketing, ecommerce e comunicazione online per le maggiori aziende italiane. Ho creato il progetto di formazione Digital Update con Alessandra Farabegoli e insegno digital marketing all'Università IULM di Milano. Ho scritto Mobile Marketing per Hoepli, Vendere Online per Sole 24 Ore, Social Commerce per Apogeo, e 91 Discutibili Tesi per me stesso.

One thought on “Domitilla Ferrari, i suoi Due Gradi e Mezzo, in cinque domande”

  1. Ciao Gianluca, mi hai appena convinto a comprare il libro di Domitilla… e, complice Amazon e il kindle, stasera conto già di iniziare a leggerlo in terrazzo in un bel pomeriggio di sole!

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