Il giornalismo online è morto? È solamente la gente che è arrivata online.

Mi ha colpito l’ultimo post del Tagliaerbe, uno dei pochi blog italiani che leggo assiduamente (soprattutto quando scrive lui e non i suoi guest blogger) e che ancora scrivono. Dice sostanzialmente che il giornalismo è morto, o quasi, e si spiega così:

[…] con “giornalismo morto” non intendo la carta morta (a favore del web), o i quotidiani online morti (a favore di blog e social): intendo invece dire che la stragrande maggioranza dei contenuti pubblicati su qualsiasi media, dopo anni e anni di pericolosa deriva, è finito in fondo al precipizio. E da lì continua a scavarsi la fossa, senza un limite al peggio. Forse un titolo più giusto per questo post sarebbe dunque “il modo di fare informazione è morto”, o “la disinformazione ha vinto”, non so.

In sostanza dice che l’informazione online sta:

  • decadendo progressivamente, seguendo sempre più la via del “boxino morboso”, per fare più traffico;
  • puntando solo ai click sul titolo, con approcci abbastanza truffaldini, facendo presagire al lettore chissà quale contenuto, per poi rivelarsi una bufala
  • testimoniando che il controllo della notizia — tanto strombazzato come divisione tra blog e giornali — è nullo da entrambe le parti.

Continua così:

Mi viene in mente quella della scrittrice che si “vendica” del suo coniglio e quindi lo uccide e lo mangia (vista su ANSA.it), o dell’autobus che investe l’alce ubriaco mentre il contachilometri segna il numero del diavolo (vista su Tgcom24): il tutto nella peggiore tradizione del link baiting (anzi, like baiting), ovvero dello scrivere di cose assurde per recuperare link e like, e fare qualche visita in più.

E che inoltre, a ulteriore peggioramento del panorama, cita l’esistenza di siti di notizie false, che traggono in inganno gli utenti meno intelligenti o esperti.

E cosa dire invece del quintetto (ma ce ne sono ormai a bizzeffe) dei siti di notizie totalmente false: Lercio, Il Corriere del Mattino, la Gazzetta del Nord, Notizie Pericolose e Corriere del Corsaro.

Di chi è la colpa? Io credo che quello delle news sia, qualsiasi cosa ne pensino i giornalisti che mi avevano attaccato al Festival del Giornalismo, sostanzialmente un banale mercato. La mia presentazione del 2010 si chiamava “Le news sono merci, le conversazioni sono mercati?”. E in ogni mercato, nel lungo periodo, è la domanda che determina l’offerta, non viceversa. Non c’è nessuna educazione del compratore che sia anche economicamente efficiente, non è possibile, mai. Ho scritto spesso che quello che acquistiamo, o in quale banca depositiamo i soldi, determina il futuro molto più del voto elettorale. Ma torniamo al punto: Tagliaerbe concorda sul fatto che la colpa è dei lettori. Se di colpa vogliamo parlare: non è una colpa scegliere l’informazione che uno sente alla sua portata e desidera consumare.

C’è una giustificazione a questa deriva? Gli amanti delle statistiche e dei numeri direbbero di sì. Il punto è che certe notizie dell’ultim’ora, le cosiddette breaking news, interessano sempre a meno lettori. Per essere più chiaro: l’articolo più popolare del 2013 sul New York Times, NON è un articolo, ma una sorta di quiz. Gli articoli noiosi, quelli che richiedono attenzione, che implicano un certo sforzo, funzionano sempre meno.

Su due punti non sono assolutamente d’accordo:

  • che ci siano meno cose interessanti in giro (anzi): chi sa trovare, trova. Chi sa scrivere per queste nicchie, ha la visibilità che cerca. Certo con un ritorno non basato sul CPM. Non ho mai avuto tante cose interessanti da leggere in Feedly, Zite, Reading List, Pocket ecc. ecc.
  • non credo che il declino della stampa sia una novità, è solo la trasposizione online di ciò che prima era solo offline: avete presente la qualità rapportata alle diverse quantità delle riviste in edicola, dieci anni fa ma anche ora? Quante copie di Chi, Cronaca Vera, o giornaletti televisivi c’erano, o quante copie di Miracoli o de Il Mio Papa o gossip vari ci sono ancora oggi paragonate alle copie di Internazionale?

Ecco, la risposta è sempre la stessa, alla fine: ci assomigliamo tutti nei nostri più bassi interessi e curiosità, ci differenziamo in quelle più colte e nobili. Le quantità – di pageclick – seguono di conseguenza.

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Pubblicato da

Gianluca Diegoli

Nato davanti alla TV ma con un'esperienza ventennale di management su digital marketing, ecommerce e comunicazione online per le maggiori aziende italiane. Ho creato il progetto di formazione Digital Update con Alessandra Farabegoli e insegno digital marketing all'Università IULM di Milano. Ho scritto Mobile Marketing per Hoepli, Vendere Online per Sole 24 Ore, Social Commerce per Apogeo, e 91 Discutibili Tesi per me stesso.

6 thoughts on “Il giornalismo online è morto? È solamente la gente che è arrivata online.”

  1. Mi trovi assolutamente d’accordo quando dici che quello delle news è un mercato come tutti gli altri.
    Mi sembra un po’ come lamentarsi del fatto che la grande maggioranza delle persone compra il cibo al discount.
    Esiste anche una nicchia ristretta che cerca la qualità e compra da Peck.
    Per il giornalismo vale lo stesso.

  2. La differenza tra informazione di qualità e informazione di massa è sempre esistita (chi ha dato anche solo un’occhiata ad un tabloid inglese lo sa bene).
    Probabile che debbano avere dei modelli di business diversi. Personalmente pago l’abbonamento a Radio Popolare, anche se non è necessario per ascoltarla, proprio per avere un’informazione diversa.

  3. Questa nozione che il giornalismo di qualità è una nicchia è preoccupante. Un’informazione di qualità, capace di raggiungere le masse, è funzionale al mantenimento dei gangli della democrazia. Se le notizie che si rivolgono alle parti basse sono le uniche attorno a cui gira il business, le capacità critiche si anestetizzano e la democrazia diventa oligarchia e magari dittatura, mentre tutti continuano a ridere e scherzare come gli amici di pino il pinguino.

    1. Alessio mi trovi completamente d’accordo con il tuo commento. Credo che la mercificazione dell’informazione, il puro marketing delle news, e la trasformazione della spinta ad informarsi in curiosità pura, siano un pericolo per il mantenimento di una opinione pubblicamente informata e responsabile.
      I temi devono essere anche importanti, non solo cliccati, altrimenti nelle scuole superiori si dovrebbe parlare solo di musica rap, sesso orale e smartphone. Una società civile non campa solo di curiosità, abbiamo bisogno di cittadini maturi nel modo di ragionare e di aggiornarsi sul mondo.

  4. Gianluca ha centrato la questione: il business con le news si fa con page view (o si faceva, visto il trend in atto. Ma la logica è sempre la stessa > reputation, influence). Questo ha innescato il meccanismo del junk journalism.

    Sto leggendo “Credimi sono un bugiardo!” di Ryan Holiday, PR pentito che descrive bene il processo di creazione/falsificazione delle news online e offline. Non importa la qualità della notizia: importa solo quante visualizzazioni potrà ottenere, se è una storia vincente per il SEO, quanti follower nuovi potrà adescare, che cpm guadagnerà… Casi concreti anche illustri che coinvolgono tutti: dal micro blog sino ai media mainstream.

    Certo il processo è bilaterale: ci sono anche gli utenti che hanno una loro responsabilità.

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