Come lavorare nel digitale – tutte le risposte in un unico post

Da qualche tempo questa domanda mi arriva ogni settimana. “Faccio X e voglio lavorare nel digitale. Ho già un lavoro, ma vorrei lavorare nel digitale. Che dici, mi licenzio per lavorare nel digitale?”

Io sono in estremo imbarazzo nel rispondere, anche perché non so a quale titolo potrei rispondere. Probabilmente, grazie a questo blog, sono più accessibile di tanti altri che hanno ben altro potere nel “digitale”, e quindi risulto comodo per fare domande esistenziali.

Sinteticamente, di solito rispondo con alcuni punti fermi, e il titolo di questo post da SEO dei bassifondi punta ad anticipare la domanda, in modo biecamente pigro.

  1. Non esiste(rà) più un “digitale”. Non a lungo. Forse smetterà di esistere ancora prima di quanto pensavamo. Esisterà un ambito pubblicitario, un ambito marketing, un ambito comunicazione, ma anche un ambito risorse umane, logistica, legale, finanziario, amministrativo imbevuti di digitale fino al midollo. Ma conterà sempre (e forse ancora di più) saper gestire la trasformazione dell’azienda (o della tua funzione!) al digitale, rispetto a essere dei “puri e duri” lavoratori del digitale.
  2. La formazione “ufficiale” è importante. Ma va vista e scelta in una prospettiva rispetto agli obiettivi. Un corso Digital Update è molto più sul pezzo di un Master del Sole 24 Ore, per dirne uno. Conosci tra i discenti gente che lavora in azienda, o come freelance, e puoi trovare nuove collaborazioni, sia che tu sia il cliente che (a volte al tempo stesso) il fornitore. Il docente è uno dei massimi esperti della materia, non ci deve piovere. Il Master medio (non tutti) invece ti dà altri tipi di vantaggi: di solito introduzione lavorativa possibile a fine master (ma assicuratevi sempre due volte che sia vero) in aziende che collaborano come sponsor a vario titolo, spesso mandando come docenti i propri dipendenti. Questo fattore è un plus e un minus allo stesso tempo. Essendo stato sia manager che professionista, posso dirne con cognizione i limiti e i vantaggi: il manager conosce la realtà del suo settore molto bene, ma spesso pochissimo la materia specifica (per esempio, le Digital PR, l’ecommerce) anche se in grande azienda lavora nel ruolo – perché scopo del manager è coordinare, gestire, guidare, non sapere. Può introdurti in azienda, ma spesso è un pessimo insegnante – perché lo fa molto di rado. Quindi, vuoi essere uno che lotta da solo, in prospettiva un freelance specializzato? Devi fare corsi “sul pezzo”. Vuoi provare a entrare in azienda? “Fai master fighi” (ma chiedi sempre a chi è uscito l’anno prima come è andata, e solo a chi ha pagato di tasca sua. Spesso molti alunni sono mandati in gita premio formativa dalle aziende, e questi non contano, hanno già un lavoro, ecc.)
  3. La formazione in aula o online è solo un primo passo. Essere top nel digitale significa perdere ore e ore a leggere articoli, post, PDF, libri in inglese. E quello lo devi fare tu, nessuno te la può iniettare. Chi sa tutto, è perché legge tanto. Nessun miracolo. “Online c’è tutto”.
  4. Agenzia? Azienda? Freelance? Sono cose molto diverse. Io non sono tipo da agenzia, non ne percepisco il glamour, e questo è un bene, per me, lo so. Amo le aziende. Amo vedere il magazzino e il mulettista. Amo capire il modello di business e parlare con la gente alla macchinetta del caffè. Anche quando sono consulente indosso sempre virtualmente la maglietta della squadra dell’azienda. Il freelance è una vocazione? Macché: io non ce l’ho, mi sono adattato al mercato, al caso, alla passione.
  5. Avviso per chi vuole lavorare nel digitale come blogger, influencer, ecc. Non credete mai – dico MAI – alla fallacia narrativa di chi invariabilmente “ha lasciato il lavoro per bloggare, girare il mondo, guadagnare scrivendo sul blog, facendo foto, facendosi fotografare”. Nei giornali è rappresentato solo l’uno su di un milione che guadagna davvero. Per gli altri, è tutto un arrotondare e arrabattarsi. Insomma, voler fare il calciatore professionista non è una strategia, è un mix di culo, DNA, lavoro, ad alta improbabilità.
  6. Adattarsi è essenziale: non significa adattarsi a fare le fotocopie. Adattarsi a fare cose che vengono richieste e per cui le aziende pagano. Vedi il punto seguente.
  7. Seguire le tue passioni? Sti**zzi. Steve Jobs ha rovinato una generazione. Parla per te che sei un genio, Steve. Non che bisogna fare qualunque cosa anche se non piace, ma le passioni e il lavoro sono cose diverse. Dico sempre che io non ho passioni, se non le passioni degli altri. Questo mi aiuta, nel mio lavoro, ma non pretendo di vendere racconti. Vendo numeri e business plan. Quando vedo gente che ancora aspetta “il suo momento” in ambito artistico/glamour/letterario – o pensa di essere cronicamente sottopagata – penso sempre che un po’ di economia aziendale avrebbe fatto bene, alla loro vita. [edit: una precisazione. Io dico: non cercate a tutti i costi di fare della vostra passione – intesa come velleità – un lavoro. Per quanto mi riguarda è più facile mettere passione in un lavoro che viceversa. Per lavorare, nel digitale o meno, devi mettere passione per quello che fai. Lo davo per scontato] 
  8. Numeri, numeri, numeri: sapete almeno usare Excel? Non solo per fare una lista di libri, intendo. Se non sapete fare i conti, come potete sapere (e vendere) il vostro lavoro? Eppure, tutti voglion fare gli storyteller, nessuno l’esperto di analytics. E invece, per gli analisti dei dati c’è una prateria. 
  9. Segui quello che sai fare meglio, e intersecalo con quello che le aziende sono disposte a pagare. Le aziende, anche quelle che nei comunicati stampa si definiscono pomposamente media company, alla fine vendono bibite zuccherate o alla caffeina, scatolette di cibo industriale, autoveicoli made in Italy composti di accessori prodotti in qualche zona industriale di periferia da gente nata in posti come Marrakesh o Asmara. E quelli che possono pagare, in ogni azienda, sono quelli che sono più vicini al prospetto dei ricavi e dei costi. Ahimé, l’economia vince sulla letteratura, nel business.
  10. Seguite ciò che dà valore. Solo se cedi valore (economico, più scatolette, più macchinette, più scontrini), ne avrai uno stipendio. Sennò, è comunque un bell’hobby, niente di male, ma l’importante è saperlo.
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Pubblicato da

Gianluca Diegoli

Nato davanti alla TV ma con un'esperienza ventennale di management su digital marketing, ecommerce e comunicazione online per le maggiori aziende italiane. Ho creato il progetto di formazione Digital Update con Alessandra Farabegoli e insegno digital marketing all'Università IULM di Milano. Ho scritto Mobile Marketing per Hoepli, Vendere Online per Sole 24 Ore, Social Commerce per Apogeo, e 91 Discutibili Tesi per me stesso.

14 thoughts on “Come lavorare nel digitale – tutte le risposte in un unico post”

  1. Gianluca, mi trovi d’accordo quasi su tutto; dici di non seguire le tue passioni…ma la tua non sono forse i numeri? :D

    Nel punto subito successivo sottolinei una desolante verità:, nella mente delle persone numeri e digitale sembrano due entità lontane. Quando apro un fogli excel, anche banalotto, che mette insieme quattro numeri base, vedo il panico propagarsi negli animi… :(

    1. da piccolo sognavo di fare il giornalista economico. ma poi mi sono adattato e ho scoperto la passione per i numeri. quindi in effetti è anche un po’ così :)

  2. Ottimo articolo. Sincero e concreto. Il marketing dice proprio che un’azienda deve vendere un prodotto o un servizio utile ai propri clienti. La passione deve adattarsi al mercato, se si vuole sopravvivere.

  3. Ottimo articolo.
    La parola magica “adattarsi” dovrebbe essere un mantra per le aziende
    ma anche per i nuovi esperti/collaboratori del business digitale.
    Per le aziende significa aprirsi al nuovo senza il timore di sbagliare (è inevitabile) e per i collaboratori invece adattare la comunicazione 2.0 al proprio target di riferimento.

  4. Grazie Gianluca per queste dritte! Non è facile oggi, soprattutto per i ragazzi che vogliono inserirsi in questo settore, trovare i giusti consigli da seguire e la strategia vincente per trovare la propria identità digitale. Condivido la differenza tra voler fare il manager o il professionista, ma mi rendo conto che le aziende non sempre riescono a fare questa distinzione o più semplicemente la figura del manager è stata stravolta negli ultimi anni..

  5. Che bello questo post! Il punto 1 è da incorniciare e da mantra quotidiano. E’ la differenza che c’è tra il fine e il mezzo: i fondamentali per le aziende rimangono, cambiano le tecnologie e gli strumenti, cambiano i clienti, i fornitori, i dipendenti, cambia il modo di relazionarsi con loro così’ come le comunità in cui viviamo perché alla fine un’impresa non è nient’altro che un sistema di relazioni con l’obiettivo di creare valore. Sapere dove si vuole andare, da dove si parte e quali passi percorrere è essere già a metà dell’opera. E l’improvvisazione è un rischio grandissimo che in particolare il mondo del web non è disposto a perdonare.

  6. Molto interessante questo articolo.
    Mi ha colpito molto l’importanza che dai ai numeri.
    Ma per numeri tu intendi solo Google Analytcs oppure anche qualsiasi tipo di numero applicato alle aziende? tipo il Revenue Managment ha molto di digitale?
    Grazie

  7. A questo punto mi sorge una domanda inevitabilmente: qual’è il corso migliore per lavorare su Analytics? cosa suggerisci di studiare?

I commenti sono chiusi.