La teoria del banner sociale

Che la percentuale di clic sui banner sia infinitesimale, si sa: e questo nonostante siano sempre più grandi, a tendina, a sipario, sopra o sotto i contenuti, dinamici, multimediali, interattivi, behaviourali, ecc. ecc. E la situazione non può che peggiorare, visto che tutti i siti si stanno socialnetworkizzando (è ormai palese e lapalissiano, no, che tutto ciò che interessa online viene dall’interazione con altre persone – come trend, almeno – prendete per esempio le immagini in Flickr, le più viste mica sono le più belle: sono quelle in cui ci si ritrovano più persone o prese da un evento sociale) e che in quest’area l’efficacia della pubblicità è ancora più scarsa. Ora, possiamo affinare sempre più le nostre armi, targettizzare, splittare, segmentare, infilzare, osservare, videosorvegliare, prendere le impronte digitali ai navigatori, e poi cercare di fornire qualcosa di rilevante, secondo le nostre supposizioni. Ok, a qualcosa può servire. Ma.

Pensate a un portale che conoscete, come ve lo ricordate nel 1998 e com’è ora nel 2008: qual è l’unica cosa che è rimasta quasi identica? Il banner. Ora, io ho qualche idea (molto naive come al solito) sul perchè questo povero UFO chiamato banner è così tanto ignorato – e anche su come renderlo più umano.

1) il banner (ma vale anche per Adsense) è forse l’unico elemento del web ancora senza fissa dimora: non ha un permalink, un feed – salvabile nei preferiti o in del.icio.us o nel mio Google Notebook, senza lasciare la pagina da cui lo sto guardando. Ehi, se sto facendo pokes in giro alle mie amiche, magari ci vorrei guardare a quello che vuoi vendermi, ma dopo. Ma lui è uno di quei venditori porta a porta che o compri subito o niente. E se torni, lui di solito non c’è più, puf.

2) il banner è geloso: vuole che siate sempre e solo tu e lui, e non vuole che tu ne parli in giro – forse ha la coda di paglia, chissà. Perchè non posso condividere il permalink del messaggio in Facebook o in Twitter, o aggiungermi alla tua pagina aziendale di Facebook o di MySpace o dove vi pare – senza lasciare la pagina da cui lo sto guardando?

3) il banner è antisociale: perchè non vuole mettermi in contatto con gli altri che hanno cliccato la stessa cosa e che evidentemente lo ritengono interessante, magari mediante il login con alcuni social network esistenti? E così si priva pure dell’opportunità di raggiungere gli amici degli amici.

4) il banner è anticonversazionale: non vuole sapere per niente cosa ne penso di lui. E tanto meno che lo faccia sapere agli altri. E invece potrei anche rafforzare la sua reputazione, sai mai che abbia gia’ acquistato quel prodotto e non sia per niente male? Un like o una stellina perduta.

5) i banner fanno solo battute da ba(nne)r e non riescono mai a essere interessanti davvero. E sì che nel bene e nel male, la conversazione potrebbe sgorgare: guardate questo post su Friendfeed, circa i nuovi (orribili) banner sul sito di SMAU, che minidiscussione ha creato (e anche, comunque, visibilità per la travagliata rassegna ICT)

Dite, e ‘chi mai metterebbe nei preferiti la URL di un banner?’ Ok, forse è vero. Però io un tentativo, per cambiare ‘sto pezzo di naftalina della storia in un oggetto umano e contemporaneo, proverei a farlo. Magari Metafora potrebbe farci un pensierino.

PS: naturalmente si dovrebbero poi spostare le metriche dalle # view/click al ‘# add/follow/share/reply/comment..’.

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Gianluca Diegoli
Sono un bocconiano sfuggito alle società di consulenza, con un'esperienza ventennale di management dei canali digitali.
Il mio lavoro è supportare il management come consulente indipendente e manager temporaneo su e-commerce, digitalizzazione del marketing e del retail. Ho lavorato per Coop, Ducati, Barilla, Tiscali, Altromercato, Cirio, Telenor, CRIF e altre aziende ed enti.
Ho scritto Mobile Marketing per Hoepli, Vendere Online per Sole 24 Ore e Social Commerce per Apogeo, e altri.
Ho fondato Digital Update assieme ad Alessandra Farabegoli, che organizza corsi sulla comunicazione digitale.
Insegno e-commerce all'Università IULM di Milano.
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60 Commenti

  1. Pubblicato il 21 luglio 2008 alle 6:56 PM | Permalink

    Ma siamo sicuri di voler socializzare con un banner?

  2. Pubblicato il 21 luglio 2008 alle 7:58 PM | Permalink

    diventerebbero misurabili, molto più di adesso. e magari a chi li vende non è che vada benissimo sta cosa. per le aziende invece sarebbe una gran cosa (ma non è detto che lo capirebbero). Detto questo, ci sarebbe da divertirsi, sia per le aziende che per chi naviga :)

  3. Pubblicato il 21 luglio 2008 alle 8:47 PM | Permalink

    @oz: con un banner, no di sicuro :)
    tramite un banner, forse. :-|
    @baldo: allora brevetto o no? :D

  4. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 8:03 AM | Permalink

    Ciao Gianluca. Aggiungerei il punto 6) Il banner è semplice. Semplice da posizionare, semplice da realizzare, semplice da vendere. Soprattutto se a venderlo sono “bannettari”, agenti o agenzie abituate a vendere banner per coprire spazi tipici dell’off line (spazio tv, spazio giornali, spazio stradale, etc.). E semplice da monetizzare perchè non richiede modelli cognitivi particolari per essere realizzato prodotto e venduto. E perchè, c’è da chiedersi, un banner che non funziona però si vende a quintali? Anche perchè chi lo compra vuole roba semplice da capire da una parte, e facile da inserire nel suo “mondo di conoscenze” della pubblicità (basata su modelli di comunicazione monodirezionali di interrupt marketing). Il banner attuale, in sostanza, continua ad esistere “solo” perchè viene comprato.

  5. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 8:21 AM | Permalink

    ahia, andrea ha colpito nel segno, mi sa: ma prima o poi qualcuno lo vedra’, questo re nudo. O no? Forse no.

  6. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 9:21 AM | Permalink

    @andrea e @gluca “il banner continua ad esistere solo perché viene comprato”: in questo senso, è in buona (o cattiva) compagnia, insieme a molte altre forme di pubblicità.
    Per la mia personale esperienza, alcuni banner funzionano, altri no, proprio come la pubblicità tabellare classica. Dipende da come sono fatti, dove sono messi, e anche “dove atterrano” (e tenete presente che ho anche visto banner non linkati, perché l’azienda che li aveva commissionati non aveva un proprio sito…)
    Il banner non è il male in sè, ovviamente, in quanto “evoluzione digitale della pubblicità tabellare”, non nasce per natura sociale o interattivo; a maggior ragione, quindi, mi sembrano molto interessanti le idee di @gluca, facci un pensierino su a brevettarle ;-), anzi, perché non ci lavoriamo un po’ insieme, anche con Metafora?

  7. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 11:51 AM | Permalink

    Standing ovation per questo post :-) Credo sia uno dei più interessanti che tu abbia scritto, l’ho trovato davvero geniale.
    Toni entusiastici a parte rendere il banner sociale stravolgerebbe l’attuale ecosistema pubblicitario online; non voglio immaginare i possibili effetti della realizzazione del punto 4, poter esprimere la propria valutazione su un banner, che potrebbero anche essere il silenzio assoluto, ancora più terrorizzante del basso numero di stelline.
    Però sarebbe assolutamente da fare! Finalmente alcune celate verità verrebbero alla luce ;-)

  8. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 12:09 PM | Permalink

    più leggo, più ci penso: possibile che con la potenzialità della rete non si possa andare oltre una finestrella colorata con un link sotto? E venduta pure a peso d’oro (anzi di più… cosa vuoi che pesi una manciata di byte :) )
    Luca, vai di bisness plen, startap e brevetto. Se poi mi fai anche un avatar (a forma di mazda o dentifricio, scegli tu) che su Facebook appare saltellando e cantando “diventa mio amico, diventa mio amico”, sei a posto…

  9. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 12:40 PM | Permalink

    Eh come glielo dici all’aziende bacchettoni (che tu conoscerai molto meglio di me) di cambiare/considerare altre metriche? :-)

  10. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 1:06 PM | Permalink

    Il banner è diventato così irrilevante, che ho smesso anche di occuparmene, figurati cliccarlo.

  11. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 1:32 PM | Permalink

    Io sono come Maurizio (anche se devo dire che ogni tanto riesco ancora a notare delle creatività interessanti, e sì le clicco ma credo più per deformazione professionale) tuttavia il mercato dell’advertising online, che di soldini ne incassa parecchi, monetizza ancora tantissimo con i banner e si opera in questo campo bisogna fare i conti con questa realtà.
    E questo anche perchè come dice Andrea il banner è semplice da vendere ed è semplice da comprare, anche se diventa sempre più difficile da giustificare. Perchè non lasciare che queste giustificazioni, siano esse critiche o lodevoli, arrivino a gran voce dagli utenti? Abbiamo visto che le vere rivoluzioni partono quasi sempre dal basso, come facciamo a rivoluzionare una volta per tutte anche l’advertising online? Lo spunto di Gianluca mi sembra molto interessante per fare delle riflessioni.

  12. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 2:06 PM | Permalink

    Noi realizziamo parecchi banner.
    Con tutti i clienti cerchiamo di sollevare i dubbi che tutti conosciamo sull’effettiva efficacia dei banner che stiamo per realizzare.
    È molto difficile trasmettere la nostra mentalità, così diversa dai loro schemi, che sono appunto semplici e confortevoli.
    Recentemente per esempio abbiamo cercato di spiegare a un cliente che non era opportuno mettere un sottofondo audio a un banner, risultato: “potete per favore alzare il volume del sottofondo audio?”.
    Si potrebbe dire che noi non siamo convincenti, ma la sindrome del “make the logo bigger” non è facile da curare.

  13. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 2:13 PM | Permalink

    Aggiungo: una possibile strada che cerchiamo di percorrere è quella di realizzare banner che non siano dei semplici spot, ma piuttosto dei widget con i quali è possibile interagire, contestualizzati nella pagina (che poi è la direzione che sta prendendo anche Google), ma ci sono vincoli tecnologici notevoli.
    L’uovo di Colombo che non è ancora chiaro alle aziende è che il banner, per esempio quello che sta in cima alle home dei principali quotidiani, è un’incredibile occasione per piazzare un contenuto proprio dove il pubblico cerca contenuti.

  14. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 2:36 PM | Permalink

    Il post è moooolto intelligente, l’ho anche segnalato sul gruppoi Metafora su Facebook.
    Però non concordo sulle generalizzazioni (“il banner non funziona”). Personalmente cerco di capire invece perché si investe su un canale e non su altri, rispettando la professionalità di chi ha la responsabilità di prendere decisioni; eventualmente, provo a motivare scelte diverse. Voglio dire: ritenete davvero che la totalità dei marketers nel mondo stia buttando i soldi? Ma che sono tutti stupidi?
    Insomma, è facile dire “il banner non fiunziona” (ci sono peraltro fior di ricerche che dimostrano il contrario). Giochiamo invece a proporre “ciò che esiste e funziona”… ;-)

  15. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 3:27 PM | Permalink

    Bellissimo post, in meno di una cartella hai sintetizzato un mondo! non ho saputo resistere e ti ho segnalato anche sul mio blog (anche se è piccolo piccolo…)

  16. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 4:21 PM | Permalink

    Sono d’accordo con Mauro nel cercare di essere propositivi e non distruttivi e sono convinta che c’è ovviamente del buono nell’advertising online, io per prima ho detto che noto delle creatività interessanti nonostante io sia un heavy user e abbia ormai isolato dal mio spettro visivo gli spazi dedicati ai banner. Purtroppo si tende a generalizzare e banalizzare e a misurare quello che ci circonda con il proprio metro senza tenere conto delle diversità con gli altri. Sembra una ovvietà ma non siamo fatti tutti allo stesso modo: sono sicura che mia madre nota la pubblicità nei siti perchè non ha sviluppato quella sorta di schermo protettivo dall’esposizione pubblicitaria. Ci sono anche parametri che nell’adv online sono difficilmente misurabili, come del resto nell’adv offline, come la memorabilità di un banner post impression (che purtroppo in molti casi viene usata come paliativo di una campagna andata male); la non misurabiiltà di un parametro pubblicitario online è però nettamente più evidente sul web dove i numeri sono talmente nudi e crudi da scoraggiare spesso il lancio di iniziative di comunicazione fuori dal coro.
    Sono però altrettanto convinta che se da una parte c’è eccessivo pessimismo, dall’altra abbonda l’ottimismo: la crescita degli investimenti pubblicitari online non sono proporzionali ad un incremento dell’efficacia pubblicitaria. Le aziende investono su internet perchè non possono astenersi, ma spesso non lo fanno nè in maniera efficace nè ovviamente efficiente. L’errore più comune è ad esempio basarsi sulla logica televisiva dei grandi numeri, sacrificando ogni possibile strategia orientata alla focalizzazione sul target e alla massimizzazione degli sforzi sui cosiddetti “pochi ma buoni” che su internet può davvero avere un riscontro positivo in termini di raggiungimento degli obiettivi di comunicazione.
    Ci sono poi gli eterni conflitti tra le parti coinvolte: è colpa del creativo che non è abbastanza creativo, è colpa dell’account che non ha trasmesso correttamente il brief, è colpa del media planner che ha scelto male i siti da pianificare etc.
    Tornando al tema del post mi verrebbe da chiedermi: perchè allora non far parlare gli utenti? ;-)
    Io un’idea ce l’avrei e voi?

  17. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 5:27 PM | Permalink

    solo un inciso @mauro lupi: non ho detto “non funzionano”, ho detto che la percentuale di click è infinitesimale. Sicuramente esagero, magari mi sbaglio, ma il dubbio rimane…

  18. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 6:16 PM | Permalink

    Penso che misurare i risultati di una camapagna banner solo in termini di click non sia corretto. Il fatto che un banner sia “anche” cliccabile, certo ne aumenta le opportunità, ma il 90% del valore è per l’effetto che ha su chi lo vede. E’ lo stessa logica di qualsiasi forma di “display advertising”, TV compresa.
    Misurarlo può essere complesso e/o costoso, ma si fa con le classiche interviste esposti/non esposti, ecc.
    Penso anche che i costi per impression online (peraltro in Italia sono tra i più bassi d’Europa) alla fine tengano conto della quantità di persone che “non li guardano”, un po’ come nella pianificazione in TV si tiene conto di chi va a fare pipì durante gli spot :)

  19. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 6:26 PM | Permalink

    Tutto insomma ci porta alla conclusione che il banner è il 30secondi del web.
    Dovrebbe bastare questo per dedurre che il banner non funziona, ops: funziona poco. E male.

  20. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 7:13 PM | Permalink

    @mr oz: quale è invece la pubblicità che funziona?

  21. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 9:00 PM | Permalink

    Questo post è geniale. Se tu fossi Chris Anderson ne staresti già ricavando un libro, o quantomeno un articolone sul Wired italiano, che come ben sappiamo è…
    …già, qual è il Wired Italiano?

  22. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 9:24 PM | Permalink

    Della serie un miliardo di mosche non possono sbagliare? ;)
    Esiste una seria ricerca sui banner in Italia che sia anche recente?

  23. Pubblicato il 22 luglio 2008 alle 11:30 PM | Permalink

    Un banner è come una padella. Posso cucinarti un buon piatto o sbattertela in faccia vuota. Come dire, ci si può mettere anche del proprio nelle cose e magari farle meglio o almeno meno peggio di altre. Il tuo post come sempre mi è piaciuto :
    http://www.tigulliovino.it/blog/2008/07/google_referrals_pay_per_perfo.html

  24. Pubblicato il 23 luglio 2008 alle 12:16 AM | Permalink

    Mauro, “nessuna” è una risposta accettabile?

  25. Pubblicato il 23 luglio 2008 alle 8:55 AM | Permalink

    A costo di ribadire cose scontate: ci sono campagne banner che funzionano sia perché riescono a portare visitatori sui siti, sia perché aumentano la visibilità di un marchio. Funzionano in ragione di vari fattori: una buona creatività, la scelta giusta di “dove” pianificarle, un’offerta interessante “dopo”.
    Per dire, ho visto coi miei occhi un sito quadruplicare le visite dopo un mese di campagna banner ben azzeccata, e nemmeno io ci avrei creduto “prima”.
    Ciò detto, tutte le idee innovative e gli sviluppi intriganti proposti da Gianluca sono, come spesso succede per i suoi post, una miniera di spunti per fare di più, di meglio, di diverso, di nuovo.
    Però, non pensate che il “nuovo” azzerererà e sostituirà completamente il “vecchio”, né che tutto il “nuovo” sarà a priori “meglio”.
    Scusate, ma io di natura diffido delle generalizzazioni spinte. Se le uso, lo faccio sapendo (e dichiarando) che son scorciatoie per descrivere gli aspetti più rilevanti e/o maggioritari di un fenomeno, ma che ammettono tutte larghi margini di eccezioni e controdeduzioni. Scrivere che “nessuna pubblicità funziona” non mi sembra una descrizione corretta ed esaustiva della realtà… anche perché magari su chi nella comunicazione ci lavora “nessuna pubblicità” funziona veramente, che tutti ci fiondiamo a vivisezionarne il concept e la tecnica e l’esecuzione operativa, ma poi, nel mondo reale, su molti altri (magari proprio quelli a cui era indirizzata) quella pubblicità funzionerà benissimo…

  26. Pubblicato il 23 luglio 2008 alle 9:02 AM | Permalink

    Complimenti per il post che ho segnalato anche sul mio blog
    @Mauro: non sono d’accordo sul fatto che alle campagne banner si debba applicare la stessa logica di campagne di display advertising che sono nate su media completamente diversi, parlo in termini di interazione, dal web. Ed è proprio questo il punto: inizialmente, come sai bene, le pianificazioni di campagne banner venivano pagate a click; poi, fiutato l’affare, e visto che non era conveniente il pagamento a click da parte di chi vendeva spazi, si sono cominciate a vendere impression e sono nati tutti quei discorsi sull’efficacia che non va misurata solo in click etc. etc. Estremizzando il concetto, a mio modo di vedere dovremmo tornare a pianificare misurando l’efficacia in termini di click, dove il concetto di click è un concetto allargato che non è solo la mera azione di clickare, ma tutte quelle azioni che saranno possibili con i banner (sharing, feeding, saving…). Certo, sarà difficile “misurare” il valore delle differenti azioni e sarà ancora più difficile che chi vende spazi accetti questo. Non pensi?

  27. Pubblicato il 23 luglio 2008 alle 10:07 AM | Permalink

    Porto un piccolo esempio dal mio settore. Gary Vaynerchuk, icona del mondo del vino via video, ha sicuramente promosso un prodotto (editoriale) nuovo e avvicente ma non so quanti di voi abbiano notato la miriade di banner che coprivano la maggior parte di blog e portali americani agli esordi. Oggi è un tizio che fa 50 milioni di dollari all’anno con la sua azienda e investe 5 milioni in pubblicità online. Ciao, Fil.

  28. Pubblicato il 23 luglio 2008 alle 10:29 AM | Permalink

    @Alessandra & C. Chi ha detto che il banner non funziona o che la tabellare non funziona? Quando si parla di qualcosa che non funziona lo si fa o in comparazione a qualcosa che funziona meglio (normalmente in termini di ROI) o nel valutare degli obbiettivi che si sono fissati prima della campagna.
    La maggior parte delle campagne ADV online sono però fatte per vendere e il termometro misuratore sono le vendite. A questo punto, ROI alla mano, è facile valutare come il banner sia tra gli elementi meno performanti. Soprattutto il “banner classico”, non contestualizzato (in ciò ringrazio almeno Google AdSense), invasivo.
    Mi rendo conto però di aver commesso un errore ingenuo. Il banner funziona sempre meno ma di per sè è uno strumento. Per farlo funzionare bene occorrono bravi creativi e bravi strategici. Sicuramente poi chi riesce, come dice Gianluca, ad andare oltre al concetto di banner-spot, fa cosa buona è giusta.
    A non funzionare quindi non è il banner, ma la maggior parte delle agenzie (persone in carne e ossa)che utilizzano sommariamente lo strumento.
    Concludo con un’osservazione: noi di Metafora stiamo lavorando non solo per creare un network su cui fare pubblicità, ma stiamo cercando anche di migliorare il processo di comunicazione pubblicitario. Il che significa che la pubblicità funziona, ma anche se funzione non vuol dire che ci piaccia così come oggi la intendono la maggior parte degli advertisor, che come noto anche dai commenti in questo post, considerano ancora troppo l’utente un puro obbiettivo di mercato su cui fare analisi economiche e non una persona umana… ho esagerato?? :)

  29. Pubblicato il 23 luglio 2008 alle 10:32 AM | Permalink

    Ecco, Gary Vaynerchuk è un esempio perfetto.
    Il successo che ha ottenuto sebbene sia un “violentatore del vino” (chi ama davvero il vino non può che rimanere sconcertato davanti ai suoi modi) è la dimostrazione che anche sul web la pubblicità (e il marketing) funziona come alla vecchia maniera.
    Cioè che non importa cosa vendi, basta che lo vendi bene.
    E quindi ha ragione chi dice che la pubblicità funziona.
    Cioè funziona per le aziende, magari con investimenti sproporzionati (tipo 50% dei costi per realizzare un prodotto e 50% per promuoverlo, vedi un caso recente), ma comunque se ben orchestrata porta ad ottimi risultati, numerici.
    E quindi è inutile fare dell’utopia da accademia.
    Dite a Gaspar di arrendersi, che anche se dovessero sposare l’idea del banner sociale le aziende lo farebbero sempre e solo per impallinare le quaglie.

  30. Pubblicato il 23 luglio 2008 alle 11:05 AM | Permalink

    Sottoscrivo quanto scritto da Andrea. Ciao, Fil.

  31. Pubblicato il 23 luglio 2008 alle 11:16 AM | Permalink

    No Andrea, non hai esagerato.
    Ma davvero a volte penso che invece che Metafora avreste dovuto chiamarvi Utopia.
    Tempo fa proprio su questo blog avevo commentato dicendo (moreorless) che il marketing dovrebbe smettere di (cercare di) vendere il prodotto e cominciare a pensare come migliorarlo.
    Che vuol dire anche migliorare il rapporto con l’utente, cioè le persone. Le quaglie insomma.

  32. Pubblicato il 23 luglio 2008 alle 11:30 AM | Permalink

    Mi manca solo di passare per un difensore del banner o della pubblicità tabellare :-D
    Io ho solo cercato di esprimere una mia personale diffidenza verso ogni generalizzazione, compresa quella di pensare a tutte le aziende come cacciatori pronti a impallinare le quaglie (@MrOz non ce l’ho con te, vedi PS).
    Penso che il risultato migliore di discussioni come queste sia dare un contributo di idee per provare a lavorare da esseri umani, e far lavorare e parlare le aziende “con voce umana”, come stanno facendo Metafora e altri qua in giro.
    PS: se cito alcuni dei commenti, tengo a precisare che sto parlando dei commenti, non delle persone che li hanno scritti. Non conosco di persona quasi nessuno di quelli che stanno partecipando alla discussione, e non pretendo di giudicare, da un commento, come lavorate e in base a quali convinzioni.

  33. Pubblicato il 23 luglio 2008 alle 11:32 AM | Permalink

    ahem, mi piace la forumizzazione eh.
    ma ‘la pubblicità non funziona” mica lo dissi. dicevo solo che se in 10 anni di internet una sola cosa è rimasta piu’ o meno uguale, forse c’è qualcosa che non va e qualcosa da migliorare – nella pubblicità, magari socializzandola – che comunque sparera’ alle quaglie, finche’ ce ne saranno.
    ciao e grazie a tutti per gli spunti originali.

  34. Pubblicato il 23 luglio 2008 alle 11:48 AM | Permalink

    perchè utopico? …nemmeno sognare è possibile? sognare di poter realizzare una pubblicità migliore? di poter ambire ad un mondo migliore? volete dirmi che il marketing ha ucciso anche i sogni? ….credo che invece il social le regole del gioco, almeno un pò, le cambierà, così come Google ha cambiato in meglio il modo di proporre i banner.
    Credo (sogno) che internet costringerà le aziende a porre un pò più di attenzione e ascolto alle persone (un pò più individui, un pò meno consumatori).

  35. Pubblicato il 23 luglio 2008 alle 12:07 PM | Permalink

    Andrea, la penso esattamente come te. È che su 364 giorni all’anno da ottimista me ne concedo uno da cinico/pessimista. Soprattutto quando mi rendo conto che non c’è consenso nemmeno sul significato del termine “funziona”.
    Credo davvero che le quaglie adesso abbiano il mitra. Credo davvero che sia iniziata la rivoluzione della finalità della pubblicità. Non più “imporsi”, ma “farsi scegliere”.
    E, nella fattispecie, credo che ci siano 65520 modi migliori di utilizzare lo spazio di un leaderboard.
    Di palo in frasca: GL, ho notato il nuovo (?) link ai commenti su FriendFeed. Mi sto perdendo qualche commento illuminante sulla piattaforma più trendi che c’è?

  36. Pubblicato il 23 luglio 2008 alle 1:58 PM | Permalink

    @mr oz: Non più “imporsi”, ma “farsi scegliere”. era proprio l’obiettivo del ‘banner sociale’: l’imporsi dei migliori tramite la condivisione e la saggezza delle masse :).
    (per i commenti su FF, cliccaci dai! FF non morde, non serve la registrazione per guardare :)

  37. Pubblicato il 23 luglio 2008 alle 7:25 PM | Permalink

    @ Alessandra: non sono d’accordo sull’uso del banner per fare awareness, la rete permette metodi più efficaci e più consoni al mezzo.
    Credo che tutti i commenti che sono seguiti a questo post dimostrino come Gianluca abbia colpito nel segno: il banner rimane qualcosa che viene percepito come corpo estraneo nel 2008 e la cui efficacia è dubbia. Visto che tutti quelli che hanno commentato qui lavorano nel magico mondo della pubblicità (mi sembra che nessuno faccia il pianista in un bordello) e considerando che, almeno nel breve, è difficile pensare ad un mondo senza quel tipo di adv, potremmo piuttosto discutere su come rendere un banner più efficace. Siamo tutti d’accordo su una buona creatività, ma riprenderei anche Gianluca: i banner devono cambiare la voce perchè siamo stufi di farci urlare nelle orecchie e soprattutto va contestualizzato. Che mi frega di vedere delle vacanze in crociera se sto cercando una settimana di trekking sull’Himalaya?

  38. Pubblicato il 23 luglio 2008 alle 10:34 PM | Permalink

    Fermo restando che sono d’accordissimo – il banner è solo uno strumento ed è ciò che veicola e come lo veicola a fare la differenza – credo sia importante sottolineare una cosa che mi pare sfugga a tutti coloro che accomunano la pubblicità online alla pubblicità tabellare su carta o su tv o radio.
    Mentre guardo la tv vedo i programmi gratis ma vengo interrotto. Mentre ascolto ascolto gratis ma vengo interrotto. Mentre sfoglio i giornali vengo interrotto solo parzialmente (dai pubbliredazionali) ma i giornali li pago.
    In rete non pago e in più la pubblicità – pertinente o meno – è inglobata nel contenuto e non mi distoglie per forza – a meno che non la guardi – dalla fruizione dello stesso (salvo ormai sempre più rari casi). Già quindi la modalità di distribuzione appare completamente diversa da come avviene su altri canali.
    Il punto è che trovo sempre più spesso gente che si lamenta anche quando trova pubblicità pertinente, discreta, non urlata. Sto andando offtopic ma credo sia importante valutare lo strumento nel suo insieme anche dal punto di vista dell’editore dal quale sempre si pretende e si da per scontato qualità, frequenza, freschezza del contenuto ma contro il quale si è sempre pronti a puntare il dito nel momento in cui integra una pubblicità.
    Con questo torno però a bomba.
    Una pubblicità tramite banner, testuale o una info-pubblicità, pertinente rispetto al contenuto e al suo potenziale destinatario tipo, con una funzione credo sia lecita dal punto di vista dell’editore e credo dovrebbe essere rispettabile da parte del lettore.
    L’efficacia va di pari passo con la contestualizzazione e con la reale qualità e utilità dell’informazione veicolata attraverso il mezzo, il banner quindi, in sostanza, con quel che si promuove. Non è solo un problema di contenitore ma soprattutto di contenuto, spesso inesistente, insulso, insignificante. Il banner in tutto questo, è un mero e impotente veicolo camaleontico.
    Perdonatemi nè, che è tardi.
    Ciao, Fil.

  39. Pubblicato il 24 luglio 2008 alle 9:30 AM | Permalink

    apro una parentesi: la pubblicità di “interrupt” (alla Godin) è per sua natura una “rottura di palle” per gli utenti.
    Pensare di fare pubblicità senza rompere le palle agli utenti significa rinunciare ad una delle fasi fondamentali per vendere prodotti, quella della creazione dei (per la maggior parte falsi) bisogni che spingono le persone a cercare informazioni preliminari l’acquisto e, successivamente, a comprare.
    E siccome le persone sono gia piene di prodotti inutili, è inutile pubblicizzare prodotti che non servono. Meglio pubblicizzare prodotti con metasignificati: sentirsi fighi, appartenere ad un gruppo d iriferimento, sentirsi protagonisti, sentirsi migliori, etc…
    E per fare ciò occorre innanzitutto che le persone ascoltino i messaggi dei marketer, e per ascoltarli o si pagano le persone (ma c’è il dubbio che tale ascolto non sia molto motivato), occorre importunarle e costringerle a subire “l’urlo” della pubblicità.
    Ecco, il banner oggi viene vissuto per lo più come uno strumento tipico dell’offline catapultato nell’online. Per questo motivo credo che funzioni sempre meno (ma sempre meno, come dice anche GL, non significa che non funzioni): perchè chi lo applica usa modelli di funzionamento non adeguati al canale (il web).
    In ogni caso mettiamoci il cuore in pace: checchè ne dicano gli esperti, la pubblicità rompe le palle alle persone, e quello che un marketer “più sensibile” può fare è cercare di romperle il meno possibile, sposando secondo me innanzitutto la logica del “permission marketing” (sempre Godin) e trovando idee ed effetti speciali.
    Sui banner in particolare, mi sembra che gia la contestualizzazione sia stato un grande passo. Il secondo grande passo chi lo farà, ancora Google con la pubblicità contestualizzata sul sito e sulle caratteristiche dell’utente che lo sta navigando (AdPlanner mi ha illuminato in tal senso)?

  40. Pubblicato il 24 luglio 2008 alle 10:22 AM | Permalink

    In ambito di innovazioni, segnalo un progetto al quale sto lavorando. Su vinix.it, uno dei miei lavori, tutto è catalogato tramite tag e ciascuno ha la possibilità di scegliere, attraverso un’apposito gestionale, i tag di maggiore interesse da tenere monitorati.
    Abbiamo quindi la possibilità di :
    a) far scegliere ad un inserzionista, da un pacchetto di diverse migliaia di tag diversi, le parole o le composizioni di parole più pertinenti al proprio prodottoo servizio e
    b) di mostrare all’utente la pubblicità pertinente ai tag che ha deciso di voler monitorare.
    Quindi l’utente sceglie lui gli argomenti e gli viene deliverata, insieme ai contenuti scelti, una pubblicità che non solo è attinente per contenuto ma che è attinente anche per specifico tag che lui ha scelto di monitorare.
    Il problema è che prima che un inserzionista / agenzia cominci ad usare una cosa del genere…continuiamo a vendere banner.
    :-)
    Ciao, Fil.

  41. Pubblicato il 24 luglio 2008 alle 11:06 AM | Permalink

    Come al solito arrivo sempre tardi, mi ha preceduto Andrea
    Adplanner seppellira tutti
    Già adesso con i banner in Adsense ottengo migliore ROI di moltre keyword: se il banner è fatto bene e ben contestualizzato, e l’atterraggio è mobido il gioco è fatto.
    E poi non è vero che non fa brand…
    @ Gianluca: il miglior bookmark è Google, la gente si ricorda il nome e poi lo cerca con Google.
    Certo poi essere posizionati al primo posto per il proprio nome aiuta, eh!

  42. Pubblicato il 24 luglio 2008 alle 11:09 AM | Permalink

    “trovo sempre più spesso gente che si lamenta anche quando trova pubblicità pertinente, discreta, non urlata”
    a nessuno piace l’idea di essere influenzato dalla pubblicità
    tutti lo siamo, se non fossimo influenzati dalla pubblicità saremmo una repubblica ex sovietica :)

  43. Pubblicato il 24 luglio 2008 alle 12:23 PM | Permalink

    Quoto al 100% Alessandro. E’ il solito problema: le critiche più o meno generalizzate ai banner (e, in generale, alla pubblicità) arrivano da tutti tranne da chi questi strumenti li compra, li valuta (o dovrebbe farlo) e poi decide se ricomprarli o meno.

  44. Pubblicato il 24 luglio 2008 alle 2:39 PM | Permalink

    Questa campagna di adv online di Nike ha la funzione share
    http://creativezone.eyeblaster.com/#ItemName=NIKE%20widget
    Per cui direi che dal primo banner in gif animata del 1994 a oggi questi non sono proprio rimasti quasi identici e i cambiamenti proseguono.
    Se invece prendersela coi banner è la sineddoche contro alcune leve del marketing come la pubblicità e la comunicazione d’impresa, allora preferisco non entrare nel merito.

  45. Pubblicato il 24 luglio 2008 alle 2:39 PM | Permalink

    @alessandro: non dirmi che tu compri quello che dice la pubblicità, eddai.
    questo succedeva negli anni 70, forse.

  46. Pubblicato il 24 luglio 2008 alle 2:42 PM | Permalink

    e comunque, se per voi i banner funzionano cosi’ come sono, tutto tempo risparmiato eh :)

  47. Pubblicato il 24 luglio 2008 alle 2:47 PM | Permalink

    @maurizio: vero, non lo conoscevo, grazie.
    anche se lo share su FB, mi sembra ancora molto macchinoso, richiede addirittura l’installazione di una misteriosa app di facebook…

  48. Pubblicato il 24 luglio 2008 alle 3:30 PM | Permalink

    Rimane il fatto che il banner non nasce con Internet ma è un adattamento mutuato dai mezzi tradizionali, basti pensare a quanto invece il keyword advertising, giusto per fare un esempio, invece nasca in funzione delle specificità del mezzo e per questo funziona molto bene. La stessa cosa la stiamo vivendo con le prime forme di pubblicità interattiva sulla televisione digitale che hanno un’interattività non nativa ma inserita ex post. Banner a parte c’è un grosso problema di creatività e di conoscenza approfondita delle potenzialità dell’adserver. Quanti centri media utilizzano creativamente il frequency cap o sanno leggere i dati di un report? E’ evidente che a distanza di tanti anni il problema culturale è ancora ampio. Buone creatività sui banner ancora non ne ho viste.

  49. Pubblicato il 24 luglio 2008 alle 3:34 PM | Permalink

    “non dirmi che tu compri quello che dice la pubblicità, eddai”
    chi io? giammai!
    anzi mi chiedo perchè esista visto che non funziona :)

  50. Pubblicato il 24 luglio 2008 alle 3:37 PM | Permalink

    “se per voi i banner funzionano cosi’ come sono”
    si si io ci socializzo, vado in vacanza con un leaderboard e due skyscraper :)))

  51. Pubblicato il 24 luglio 2008 alle 3:39 PM | Permalink

    Alessandro, occhio che so che viene da quelle parti anche Interstitial, rischi di trovartelo sotto l’ombrellone quando meno te l’aspetti…

  52. Pubblicato il 24 luglio 2008 alle 3:46 PM | Permalink

    Beh, il banner nike con la funzione share non è altro che il “viral” visto parecchio su youtube (dove l’attitudine a sciarare è implicita). Un po’ poco, ma è effettivamente un inizio.
    Tra le righe: se clicchi share e poi blogger ti chiede login e password del tuo account, brrrr…

  53. Pubblicato il 24 luglio 2008 alle 5:20 PM | Permalink

    il nostro è un villaggio riservato ai formati google…

  54. Pubblicato il 24 luglio 2008 alle 5:37 PM | Permalink

    Non è il formato, è la testa che ci metti. Il problema è che è vero che il banner è oramai il 30 secondi del web.
    I pubblicitari socializzano anche fin troppo visto che ultimamente parlano sempre di party, tartine e premi. ;)
    Su c’è una vità oltre Cannes ;)

  55. Pubblicato il 25 luglio 2008 alle 3:18 PM | Permalink
  56. gianni
    Pubblicato il 27 luglio 2008 alle 10:02 AM | Permalink

    gianni

  57. Pubblicato il 28 luglio 2008 alle 11:43 PM | Permalink

    Commento a margine e al volo: si “perché” si scrive con l’accento acuto, non con quello grave (perchè). Deformazione professionale :-S

  58. Pubblicato il 29 luglio 2008 alle 8:49 AM | Permalink
  59. Pubblicato il 29 luglio 2008 alle 11:13 PM | Permalink

    @massimo: urca!
    @mariela: lo so. ma sono pigro, e il tasto shift mi costa fatica… :)
    @gianni: benvenuto sul mio guestbook ;)

  60. Pubblicato il 31 agosto 2008 alle 4:57 PM | Permalink

    Ciao Gianluca,
    vorrei segnalarti questo post(nel caso tu non l’abbia già letto ;) ) :
    http://www.britopian.com/2008/08/16/facebook-interruption-marketing-that-engages-a-guy-like-me/
    finalmente un primo passo di “banner sociale” su Facebook!
    Ciao,
    Sara