La teoria dei 1000 veri fan, il sentiment, #sbf11

Da un po’ di tempo ripenso molto alla teoria dei mille fan. Sopravvive a ogni mio tentativo di falsificazione. Per chi non l’avesse sentita nominare, è vecchiotta, ma validissima:

A creator, such as an artist, musician, photographer, craftsperson, performer, animator, designer, videomaker, or author – in other words, anyone producing works of art – needs to acquire only 1,000 True Fans to make a living.

La teoria nasce come corollario della coda lunga applicata al mondo degli artisti, ma io penso si adatti, nel 2011, alla maggioranza di chi vive vendendo i propri servizi agli altri, al cd personal branding, alle aziende che non sono obbligate a nutrire a vivere di pubblicità per nutrire la bestia delle vendite che hanno generato in decenni al proprio interno. Forse “vendere agli altri” non è il termine corretto (forse, vendere per gli altri è meglio).

One thousand is a feasible number. You could count to 1,000. If you added one fan a day, it would take only three years. True Fanship is doable. Pleasing a True Fan is pleasurable, and invigorating. It rewards the artist to remain true, to focus on the unique aspects of their work, the qualities that True Fans appreciate.

The key challenge is that you have to maintain direct contact with your 1,000 True Fans. They are giving you their support directly. Maybe they come to your house concerts, or they are buying your DVDs from your website, or they order your prints from Pictopia. As much as possible you retain the full amount of their support. You also benefit from the direct feedback and love.

(continua a leggere)

Pensate per un attimo a chi vi ha trovato un lavoro, un’occupazione, un’amico, un’affare, una casa: è stato qualcuno che considerate un semplice contatto, o qualcuno che considerate un vostro supporter senza se e senza ma? Nel mio caso, il 99% delle segnalazioni utili per me o il mio lavoro vengono da quei contatti che non sono “gente a cui sto un po’ simpatico, o benignamente indifferente”.

Nel mondo delle aziende, abbiamo davvero bisogno di un milione, di centomila, di diecimila fan, da acquistare tramite la pubblicità, tramite stupidi giochini o al mercato nero delle truffe di Facebook? Probabilmente no. Abbiamo bisogno di qualcuno che sia pronto a fare qualcosa per noi: a passarci il contatto per un lavoro, a consigliarci a qualcuno, a venirci a prendere se foriamo una gomma di notte.

Non abbiamo bisogno di inerti contatti da stivare in inutili liste sui social network: è per questo che spesso non accetto l’amicizia di quelli che ti chiedono il contatto senza scriverti nemmeno una riga. Che razza di utilità ne posso avere in futuro, se questi non si prendono nemmeno la briga di spendere ora dieci secondi per me? Inoltre, ogni (vero) fan deve essere curato direttamente, non posso delegarne la cura. E come posso curarne più di mille? Come posso ascoltarlo direttamente? Come posso ridargli indietro il tempo che mi sta dedicando? Accettare una persona come contatto è una responsabilità, è un lavoro aggiuntivo.

Nel mondo aziendale, invece, è consolidata la metrica “più ce ne sono, meglio è”, mutuata da quella televisiva e broadcastinante “più spettatori ci sono, meglio è”. E siccome “abbiamo cose più urgenti che ascoltare davvero questa massa di gente che sparla di noi” ci siamo inventati il “sentiment”, che è un monitoraggio semiautomatico della media del medione di tutto quello che viene detto sul nostro brand, che può quindi passare da un 6,9 a un 7,1 “grazie alla nostra innovativa strategia sui social media”. Tutte cose che vanno bene quando le racconti nei report in powerpoint, e di cui non possiedo la formula esatta per confutarne le basi, o almeno, non l’ho ancora trovata. Ma ha davvero importanza, negli ambienti sociali a rete, ogni metrica che considera importante la grande massa delle 3 I (inerte, inutile e indifferente) che poi non agisce, né in un senso, né nell’altro — proprio perché non fa parte dei “veri fan”?

Questa è la domanda a cui vorrei una risposta, il dubbio che vorrei vedere risolto, dopo aver partecipato al Social Business Forum 2011, mercoledì prossimo, a Milano.

Questo inserimento è stato pubblicato in marketing, strategia. Metti un segnalibro su permalink. Sia i commenti che i trackback sono chiusi.

12 Commenti

  1. Pubblicato il 6 giugno 2011 alle 9:21 AM | Permalink

    “Nel mondo aziendale, invece, è consolidata la metrica “più ce ne sono, meglio è”.
    In azienda tutto ciò che non è misurabile e/o non riportabile in un grafico di excel, non esiste.
    E questo è tutto ciò che ho da dire sul Vietnam :-)

    • gluca
      Pubblicato il 6 giugno 2011 alle 9:24 AM | Permalink

      perché le aziende non misurano le metriche giuste :), ma peggio per loro, più lavoro per i social media guru :)

  2. Pubblicato il 6 giugno 2011 alle 9:28 AM | Permalink

    Più lavoro per quelli che devono far proseliti, più che altro…

  3. Pubblicato il 6 giugno 2011 alle 9:58 AM | Permalink

    Ciao Gianluca,
    ci vedremo sicuramente al Forum ma credo che il problema di cui tu parli sia purtroppo molto reale, molto triste e purtroppo per niente superato.

    Avevo lanciato il messaggio allo SMAU (http://www.socialenterprise.it/index.php/2010/10/21/dal-social-media-marketing-al-social-crm/), ne avevo parlato in passato (vedi http://www.socialenterprise.it/index.php/2011/04/03/il-non-social-crm/) e
    ne ho scritto ancora, in modo un pizzico più ampio, proprio ieri (http://www.socialenterprise.it/index.php/2011/06/05/tra-social-e-business/).

    Il punto è la stessa concezione attuale di azienda come entità abituata ad una relazione arrogante, unidirezionale, assolutamente non paritetica, spesso di totale sfruttamento del proprio pubblico (clienti, ma ancora peggio dipendenti). Se ragioni in termini televisivi, chiaramente quello che conta è solo quante persone riesci a bombardare. Per la maggior parte delle realtà (anche grandi, anche globali.. per esperienza diretta) il focus sui social media è ancora esattamente lo stesso e le metriche non sono tanto di business (vendite, miglioramento del prodotto, abbattimento dei costi, etc, l’unica cosa che interessa ai manager), ma di partecipazione (follower, fan, pageview, etc).

    Quanto potrà andare avanti questo approccio? Secondo me sta già passando di moda. La Facebook page è il nuovo sito web: ce l’hanno tutti e non basta certo a darti un qualche vantaggio significativo rispetto ai competitor. Anche gli utenti, sempre più bombardati di informazioni spesso irrilevanti, baderanno sempre meno al tuo ultimo tab o alla tua fantastica app.

    Le aziende più sveglie hanno invece capito che il social è solo un catalizzatore per riorientare il business in modo customer centrico. Come dici tu per fare cose con i propri clienti e per lanciare iniziative con una velocità, su una scala e con ritorni assolutamente impensabili in modo tradizionale e top-down.

    Per fare il salto bisogna coinvolgere. Per coinvolgere bisogna tenere conto di ciò che conta realmente per le persone. Per far questo, bisogna innanzitutto ascoltare.

    Questo sarà il mio consiglio per chi verrà al Forum.

  4. Pubblicato il 6 giugno 2011 alle 2:43 PM | Permalink

    Post da stampare ed appendere negli uffici di agenzie ed aziende. A mio parere servirebbe proprio una scuola, un’indottrinamento dogmatico dall’infanzia, perché i consulenti sono i primi a non credere a queste cose.

    @Emanuele, è vero ciò che dici e secondo me il vero modello per il social business è la co-creazione, con un ascolto continuo che porti a qualcosa di pratico e visibile (nell’attuale relazione tra azienda e consumatore si potrebbe tracciare un parallelo con l’alienazione dell’operaio descritta da Marx).

    Il successo di un’azienda (nel 2011) non dovrebbe misurarsi con quanti fan, quanti like o quanti profitti ma da quanto è sviluppata la sua relazione col cliente.

    Occorrerebbe un social network nel quale le aziende fossero costrette a diventare fan dei loro clienti :P

  5. Pubblicato il 6 giugno 2011 alle 2:51 PM | Permalink

    @Jose, l’aspetto più interessante del Social Business è proprio il fatto che profitto e ingaggio delle persone invece di essere mutamente esclusivi si amplifichino a vicenda :)

  6. Antonio
    Pubblicato il 8 giugno 2011 alle 1:16 AM | Permalink

    Gianluca, concordo pienamente… però ti sconsiglio di andare al Social Business Forum giovedì, rischi di non trovare più nessuno… dato che lo fanno mercoledì :)))

    • gluca
      Pubblicato il 8 giugno 2011 alle 10:01 AM | Permalink

      devo essere stanco. si’, è mercoledi’. preoccupante che gli altri non se ne siano accorti pero’ :)

  7. Simona
    Pubblicato il 9 giugno 2011 alle 6:15 PM | Permalink

    ..per consolarti Gluca: io questo tuo post l’ho letto solo oggi, ehehe e c’era già scritto giusto “mercoledi”, quindi tutto ok per me! (PS ho notato con piacere che hai corretto anche l’altro post col congiuntivo – anche se è rimasto l’anacoluto…ma immagino volutamente, a qs punto)

    E poi, my two cents su questo post: sono d’accordo, e per mia esperienza personale, a volte persino le aziende – anche start-up – che si occupano di social business sono arroganti (almeno qui in Italia) e credono che tutti debbano essere lì ad ascoltare/incensare loro – ma di provare a “coinvolgere” veramente (come dice giustamente Emanuele), manco se ne parla. E’ semmai un business e una mentalità che propongono sì ad altri – come prospect e clienti – ma loro poi sono i primi, nella vita reale e non virtuale, a non abbracciarla sul serio…alla faccia della credibilità 2.0! ;-)

  8. Paola S.
    Pubblicato il 15 giugno 2011 alle 11:09 PM | Permalink

    ti fanso

  9. Pubblicato il 1 luglio 2011 alle 9:03 AM | Permalink

    Condivido l’articolo al 100%. Però questa frase:

    “non accetto l’amicizia di quelli che ti chiedono il contatto senza scriverti nemmeno una riga. Che razza di utilità ne posso avere in futuro, se questi non si prendono nemmeno la briga di spendere ora dieci secondi per me”

    suona un po’ triste: diventi amico mio SOLO SE in futuro mi potrai servire e SE me lo dimostri ora. Beh, l’amicizia dovrebbe essere disinteressata. Ok, qui si parla di pagine fan aziendali, capisco. Però volevo sottolineare questa cosa, perché stiamo perdendo un po’ troppo di vista i valori veri.

    • gluca
      Pubblicato il 2 luglio 2011 alle 10:23 AM | Permalink

      be’ forse presa da sola sì: ma gli amici servono, in entrambi i sensi. servono per non essere soli, non per fini economici. Se tu mi vuoi come amico, e non spendi nemmeno 5 secondi per dire chi sei, perché dovrei considerarti un “potenziale” amico?

7 Trackback