Gli interinali dei social media

E’ interessante notare come nello stesso momento in cui in Rete viene celebrato questo video,

che vorrebbe segnare la definitiva rilevanza della rete partecipativa per il business, la comunicazione, il marketing (o ciò che ne rimane) e i media, questo social-annuncio di lavoro su FriendFeed

rappresenti invece un indice spietato di quanto poco il web sociale venga considerato strategico in molte aziende anche con budget di marketing rilevanti: non solo non si parla di internalizzare (e soprattutto di interiorizzare) la gestione del rapporto con i propri interlocutori là fuori, affidandola invece a una agenzia esterna come se fosse pubblicità qualsiasi, ma anzi è la stessa agenzia a cercare (fa il suo lavoro, per carità, e fa bene a farlo) a sua volta sui social network dei gestori part-time esterni, a cui affidare la cura dei profili aziendali sui social network, oscuri produttori di status, like e contenuti che molto probabilmente raramente vedranno l’azienda per cui dovrebbero gestire ‘il profilo o il progetto sociale’.

Ora, ve le immaginate importanti aziende usare stagisti neolaureati collaboratori esterni non dico come responsabili vendite, ma anche solo come agenti di zona? Io credo che con i social-interinali (estremizzando e detto con il dovuto rispetto per questi ragazzi che rispondono volonterosamente a questi appelli, che cercano un modo per entrare nel mercato del lavoro della Comunicazione maiuscola) non andremo e non andranno — le aziende — molto lontano.

A volte spero che sia solo un momento necessario di passaggio, che però negli USA hanno superato da tempo e da noi invece pare essere più all’inizio. Come mi ha detto Valeria Maltoni a una cena due mesi fa, dare in outsourcing i social network è come dare in outsourcing la propria relazione affettiva.

PS: poi io, se dovessi dare un consiglio non richiesto ai neolaureati, direi di non focalizzarsi sui social media come oggetto della propria professione/specializzazione. Studiate invece l’applicazione dell’ambiente sociale al marketing, all’organizzazione, alle vendite, al servizio clienti, per essere degli specialisti in linea con l’ambiente circostante ma appunto, accumulate l’esperienza nell’applicazione, non nel social web in quanto tale.

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Gianluca Diegoli
Sono un bocconiano sfuggito alle società di consulenza, con un'esperienza ventennale di management nel marketing digitale.
Il mio lavoro è supportare le aziende come consulente indipendente e manager temporaneo su e-commerce, marketing,omnichannel.
Ho lavorato - tra gli altri - per Coop Alleanza 3.0, Ducati, Barilla, Tiscali, Altromercato, Cirio, Henry Cottons, LVMH, Telenor, CRIF, PMI, agenzie e startup.
Ho scritto Mobile Marketing per Hoepli, Vendere Online per Sole 24 Ore e Social Commerce per Apogeo, e altri.
Ho fondato Digital Update assieme ad Alessandra Farabegoli, che organizza corsi sulla comunicazione digitale.
Insegno e-commerce all'Università IULM di Milano.
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11 Commenti

  1. Pubblicato il 15 marzo 2010 alle 10:20 AM | Permalink

    Sono d’accordo solo in parte. A me pare che nell’esternalizzazione non ci sia nulla di male in sè: dipende come è fatta, da chi è fatta, cosa riguarda. L’immagine dell’outsourcing della propria relazione affettiva è bella, ma piuttosto forzata. E comunque di esternalizzazioni contrattuali che diventano internalizzazioni a tutti gli effetti è piena la storia delle aziende, mi pare.

  2. Pubblicato il 15 marzo 2010 alle 10:38 AM | Permalink

    @SirSquonk : esternalizzare significa non credere pienamente in un progetto o in una innovazione. Meglio sarebbe internalizzare magari con contratti a progetto seri.

  3. Pubblicato il 15 marzo 2010 alle 11:31 AM | Permalink

    a mio parere bisogna conoscere anche i SOCIAL MEDIA. Personalemente io mi studio i social media e quando mi arriva il cliente di una certa area (motor, food, politic) mi studio il campo in cui il target è presente. Per questo sto puntando molto più sul qualitativo che su il quantitativo (che i clienti per loro natura non capiscono). Fare 100 mila view di un video e prendere 100 potenziali clienti senza aver generato una relazione.. vi pare una campagna 2.0?

  4. Pubblicato il 15 marzo 2010 alle 12:28 PM | Permalink

    Direi che è meglio fare un po’ di differenze. Un neolaureato che gestisce il profilo di una grande azienda, NON E’ l’azienda sui social, è quello che l’azienda tramite un’agenzia o meno, gli ha imposto di essere.

    Un neolaureato NON SCRIVE quello che gli passa per la testa e/o NON MODERA quello che ritiene opportuno. Lui deve presidiare e avere un contatto diretto con i responsabili web aziendali per render conto sempre e solo a loro per qualsiasi attività. Se ci sono agenzie o aziende che lasciano completamente liberi giovani blogger abili nell’autopromozione online..beh ne pagheranno le conseguenze.

    Essere attivi sul social, e farlo bene, richiede un monte di tempo che chi si occupa di tutta la comunicazione web non ha. Trovate fighe le aziende con i profili attivi su FB o Twitter e poi siti incasinati o carenti e privi di qualsivoglia sviluppo?

    Penso invece che sia uno spreco internalizzare una persona che faccia solo “social” perché a conti fatti, per un misero progetto annuale, un’azienda deve spendere minimo 18.000 € (per dare più o meno 1.200 € nette al mese), E la strategia? Il monitoring? La reportistica? Lo sviluppo e l’adattamento a nuove piattaforme? Pochissime aziende credo debbano dotarsi di un ufficio dedicato. Forse solo uelle digitali, o forse no. Bisognerebbe capire il tipo di business.

    Quanto pensate che durerà lo sciallo di Fb? E quello di Twitter?

    Credo inoltre che, per formare la nuova generazione di Comunicatori, bisogna che anche voi (noi forse) si parli con un po’ più di consapevolezza dei social media che sono importanti, ma non tanto quanto tutto il resto della comunicazione, digitale o meno. Si stanno creando ragazzini che, sapendo utilizzare due o tre cms, si sentono dei professionisti. Occhio perché nel giro di uno o due anni rischiano di prendere bastonate che neanche immaginano. Le aziende e le agenzie sono ancora gestite da persone che giustamente provengono dalla old economy che deve essere rinnovata, non presa per il naso. Le università e i professoroni lo sanno, ma pur di vendere master e corsi riempiono ragazzi di superbia che io per primo smonto violentemente quando me li trovo davanti (lo faccio anche con i consulenti agenzie, ma quello è un altro discorso..).

    Detto questo torno al mio colpevole silenzio. Prima o poi rientrerò anche io nella blogsfera attiva :)

  5. Pubblicato il 15 marzo 2010 alle 1:23 PM | Permalink

    Dare in outsorcing i social media è come lasciare che i propri clienti “facciano amicizia” con i consulenti, anzichè con l’azienda.

    E’ come innamorarsi di un marinaio che prima o poi salperà per altri porti.

  6. Pubblicato il 15 marzo 2010 alle 1:37 PM | Permalink

    Posso capire il fatto di dare in outsourcing la gestione del social media in una fase iniziale, soprattutto in aziende multinazionali con stretto controllo di headcount. La cosa ha comunque delle controindicazioni ed è bene che l’azienda decida in poco tempo se vuole investire concretamente su questo fronte o solo “cavalcare la moda del momento”.

    Se un’azienda utilizza i social media dovrebbe farlo usando la propria voce e quella dei suoi dipendenti, magari supportati e “guidati” (che è spesso utile) da consulenti e professionisti con esperienza specifica.

    La propensione a reclutare ragazzi giovani con esperienza limitata solo perchè meno costosi, laddove cofermata, è follia dei nostri tempi.

  7. Pubblicato il 15 marzo 2010 alle 4:21 PM | Permalink

    Mi è piaciuta la metafora, che trovo molto azzeccata, del rapporto brand-SM come una relazione affettiva. Tuttavia c’è da fare i conti con la realtà aziendale soprattutto in un Paese che, come il nostro, fa fatica a riconoscere le potenzialità di ingaggio che i Social hanno. A questo poi si aggiunge il costo HR. Ho letto qui http://shar.es/mHh8f come dovrebbe essere la struttura ideale in una azienda che considera i SM come parte integrante delle proprie attività CRM. L’incidenza dei costi fissi sull’impalpabile risultato (in termini di riscontro immediato sulle vendite) che il branding e l’engaging online possono generare direttamente sul fatturato fa si che per ovvie ragioni una azienda si concentri sul direct response dando in outsourcing le attività di relazione.
    E’ un atteggiamento tattico, forse, ma che ha riscontri immediati, dall’altra parte c’è un corteggiamento che richiede troppo tempo, troppe attenzioni e forse anche defocalizzazione dal business. Ci sono poi mercati e mercati e questo non è un discorso che si può generalizzare.

  8. Pubblicato il 15 marzo 2010 alle 6:31 PM | Permalink

    dov’è il tasto like? :)

  9. Fmmor
    Pubblicato il 18 marzo 2010 alle 1:21 PM | Permalink

    Condivido il consiglio di utilizzare e fare esperienza con l’applicazione dei sm nel marketing. Troppo spesso noto invece che ci si soffrema a usare i sm come se fossero uno strumento che vive di vita propria, inseguendo il pensiero dell’ ” importante è esserci…non come ci si sta”.

  10. Pubblicato il 24 marzo 2010 alle 4:11 PM | Permalink

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