La maledizione del contenitore

Come molti di voi ormai sanno, bloggo poco qui perché sto scrivendo la bozza di un libro sul commercio elettronico che dovrebbe uscire in autunno. Più avanzo in questa avventura, più mi accorgo che i limiti di pagina (150) che mi sono stati dati sono il maggiore problema. Prima avevo l’ansia di non poter scrivere così tanto, visto il mio stile minimalista e sintetico, ora temo di aver troppo da dire e non sapere come riassumere. Il contenitore non può più determinare il contenuto, nel 2011. Non è efficiente. Non è sensato. Non è giusto nei confronti del lettore. Allora ho ritrovato un mio post del 2005 (!) e ci ho ritrovato molte idee di cui ancora oggi sono convinto.

Nel vecchio mondo erano i contenitori a influire sulla quantità dei contenuti, penso alla sospetta creatività dell’artista cantante che casualmente riempiva esattamente le tracce che si potevano fisicamente mettere su di un 33 giri (e infatti era appunto il contenitore a dare il nome al contenuto). Ora sono i contenuti che saltellano di qua e di là, passano da un mezzo all’altro. […]
Morto il contenitore, nessuno potrà più imporre l’acquisto di “macroblocchi di contenuti” basati sulla fisicità del supporto o sul mezzo di telecomunicazione, o imposti comunque a tavolino, dall’alto. Si va verso la polverizzazione, verso i singoli pezzi musicali scaricati o comperati ad uno ad uno, verso programmi radio e tv spezzettati, ripuliti da spot non contestuali, fastforwardati, ri-visti su mezzi totalmente diversi rispetto a quelli su cui erano stati progettati; tutto rotola verso l’acquisto grammo per grammo, o eurocent a eurocent, di notizie, di informazioni, di conoscenza, di note, di fotogrammi, e non più -per esempio- di un giornale di carta a un euro con tutti gli articoli che altri hanno pensato potessero interessarmi, vecchi copia incolla di agenzie, o messi lì spesso solo per riempire quelle benedette venti pagine per giustificare il soldino […].
La rete che trasporta l’immaterialità aborre le inefficienze: e inefficienza non significa solo comprare qualcosa a prezzo più alto del mercato, significa anche comprare qualcosa che non si vuole.

Però zitti, non ditelo a nessuno, fate conto che ve l’abbia detto fra sei mesi.

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Pubblicato da

Gianluca Diegoli

Nato davanti alla TV ma con un'esperienza ventennale di management su digital marketing, ecommerce e comunicazione online per le maggiori aziende italiane. Ho creato il progetto di formazione Digital Update con Alessandra Farabegoli e insegno digital marketing all'Università IULM di Milano. Ho scritto Mobile Marketing per Hoepli, Vendere Online per Sole 24 Ore, Social Commerce per Apogeo, e 91 Discutibili Tesi per me stesso.

One thought on “La maledizione del contenitore”

  1. ok mi pare giusto, ti muovo la stessa critica che ponevo all’epoca: contenere gli spazi vuol dire ragionare sul contenuto, adattandolo al contenitore. Non sempre e non comunque la disponibilità di spazio incentiva la qualità, lo dico da giornalista ma anche da blogger della prima ora. Altra cosa: la rete ammette inefficienze, anzi, si basa su inefficienze, perché è libera (e bella per questo, non vorrei essere frainteso). Sulla polverizzazione dei pagamenti poi… diciamo cheti dò un bell’ok sulla polverizzazione del contenuto, meno su quella dei pagamenti. A parte questo concludo con una piccola provocazione: con la possibilità di pubblicare senza limiti e senza condizionamenti, in realtà, mi viene sempre più in mente che il vero oggetto dello scrivere sia lo scrittore stesso, e non il lettore, per il qule sempre più spesso non si ha più rispetto: è vero che chi vuole leggere legge e chi non vuole clicca su altro, ma la verità, come diceva Montanelli è che forse bisognerebbe reiniziare a pensare a chi è il vero padrone di ciò che criviamo: il lettore…

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