La generazione peer-to-peer e gli esami di maturità

Ci sono cose che non cambiano mai, soprattutto in ambiente scolastico. Per esempio, i ricevimenti dei genitori, nell’epoca di Uber, si tengono ancora con la modalità “coda ad occhio”. Tu arrivi, chiedi “chi è l’ultimo?” e poi stai in piedi ad aspettare pazientemente che lo sconosciuto che hai individuato come riferimento entri. Bisogna fare attenzione, perché questo metodo può produrre anche due ultimi, e quindi un forking delle code, che ad un certo punto implica una complicata trattativa sulla precedenza. In ogni caso, quello che non cambia è che si perdono tutti ore di tempo per quattro colloqui da cinque minuti. La morte della sharing economy. Ma gli altri genitori socializzano, quindi sospetto che siano silenziosamente complici del sistema.

A parte questo, ieri sono usciti i nomi dei famigerati commissari di esame, quelli che vengono da scuole lontane (o almeno, a me ai tempi sembravano scuole lontane, ma la lontananza è funzione della connessione, anzi dei gradi di separazione). Questo mi ha illuminato sulla modalità di scoperta che la generazione Z utilizza per informarsi.

Cosa avreste fatto oggi, voi ragazzi di una volta, per scoprire modalità e carattere del misterioso commissario? Ricerca su Google del nome? Stalking su Facebook per vedere se avete amici in comune? Niente di tutto questo succede nel mondo degli Z. Si parla sempre del non-uso di Facebook tra questi ventenni, ma la cosa per me più sorprendente è invece il non-uso di Google — in generale, dico. Questo fa il paio con “la domanda più cattiva che il prof. dello IULM può fare”: indovinate? “Come funziona Adwords”, che oggettivamente, a quel livello, fa ridere come difficoltà. Ma nulla è più complesso di una cosa che non usi, che è fuori dal tuo vivere quotidiano.

Cosa dunque succede? In questo momento, centinaia di migliaia di ragazzi hanno all’unisono scatenato l’inferno sulle Stories di Instagram, chiedendo informazioni ai pari, chiedendo di inoltrare, e affinando gli indizi con conversazioni private su Instagram e Whatsapp. Assurdo, direte voi, tanto più che le Stories durano solo 24 ore, un tempo di ricerca limitato. Eppure funziona benissimo. Perché i gradi di separazione sono diventati due. Qualsiasi ragazzo può raggiungerne un altro in poco tempo, in questo caso questione di ore. Funziona? Alla domanda la mia cavia mi ha guardato con l’espressione “sei serio?”. Certo che funziona. Infallibilmente.

Non sono di quelli che credono che il modello di vivere la rete dei gen z si mantenga automaticamente una volta cresciuti e diventati adulti (semmai lo diventiamo davvero, ormai). Apriranno controvoglia Linkedin, avranno una mail universitaria che useranno goffamente, al lavoro gli sarà data un’altra mail che però tenderanno a lasciare per la chat o i messaggi diretti. Ma la iperconnessione cambia comunque l’internet che a noi sembra immutabile. Google? Non se ne può fare a meno. Il sito? Indispensabile. La mail? Non morirà mai.

Non lo sappiamo, ma io non ci scommetterei. Man mano che i mezzi di comunicazione interpersonali diventano più connessi ed efficienti, più il passaparola tra pari diventa il mezzo preferito, meno inquinato dal bias di advertising e intermediari. Mentre stiamo a creare sistemi sempre più complessi in campo pubblicitario (AI applicata al programmatic ecc.) per prevedere i comportamenti e influenzarli, c’è una nuova generazione che ignora non i banner, ma il web come stato naturale della Rete, che si muove come un organismo che fa a meno di qualunque intermediario. Ci sono brand nello streetwear che hanno capito come funzionano questi journey invisibili, e hanno rinunciato a controllarli, perché non si può fare. Si possono innescare, questo sì. Si può parlare ai clienti. Ma questi movimenti possono anche scomparire da un giorno all’altro: non è un caso che in quella generazione si dice “ha iniziato a fare pubblicità, si vede che non va più”.

Photo by Clem Onojeghuo on Unsplash

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Pubblicato da

Gianluca Diegoli

Nato davanti alla TV ma con un'esperienza ventennale di management su digital marketing, ecommerce e comunicazione online per le maggiori aziende italiane. Ho creato il progetto di formazione Digital Update con Alessandra Farabegoli e insegno digital marketing all'Università IULM di Milano. Ho scritto Mobile Marketing per Hoepli, Vendere Online per Sole 24 Ore, Social Commerce per Apogeo, e 91 Discutibili Tesi per me stesso.

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