[Ecommerce checkup] Altromercato vende online

Non sono sicuro di essere assolutamente imparziale, visto il legame lavorativo e affettivo passato con il principale operatore del commercio equo in Italia, ma credo di poter dire che la maggior parte delle persone che non sono strettamente abituate ad andare nelle introvabili botteghe in orari imprevedibili e con un assortimento incerto e variabile sospirerà un colossale “era ora” di fronte all’apertura di questo store online. Quindi meno male, anche Altromercato è entrato nel presente, abbandonando un certo rifiuto (sia nella base dei semi-volontari, piuttosto anziana, che nella dirigenza) del mezzo digitale a favore di carta, televisione e altri mezzi più tradizionali, e finalmente non vedere l’ecommerce come un concorrente delle botteghe ma come un gioco a somma maggiore di zero. Certo, nel lungo periodo viene quasi da dire che i produttori locali potranno direttamente vendere su nuove piattaforme aggregative di ecommerce, facendo accorciare la filiera che passa dal consorzio Altromercato, le botteghe, l’importazione, eccetera.

Ci ho fatto un giro dentro, e attorno. Da semplice utilizzatore e decantatore dei loro ottimi prodotti, mi sono appuntato qualche nota.

  1. Lo store è stato dato in outsourcing a un full service provider, e si vede. C’è una certa patina di distacco, di poco impegno, sia a livello di messaggi che di promozioni. Tutto “non male”, ma non si nota il “cuore”, la differenza tra Altromercato e una catena al dettaglio qualsiasi, non so come spiegarlo meglio di così: sembra disabitato. Questo è il peccato originale, diciamo.
  2. Pur essendo registrato a varie iniziative precedenti di Altromercato, non mi è ancora arrivata una newsletter, né sul sito c’è qualche motivazione alla sottoscrizione (anzi, non la trovo proprio a dire il vero). Senza un ricordo settimanale, uno store è destinato a cadere nell’oblio perfino dei propri supporter più fedeli.
  3. Altromercato ha tre linee di prodotto molto differenti: cibo, vestiti e casa, cosmetici. Dentro a uno stesso store rischiano di dare l’effetto “mercatino”, di tutto un po’, che è un po’ lo stesso problema dei loro negozi. Uno store che vende abbigliamento ha esigenze molto differenti da uno store che vende marmellate e nutelle equosolidali. Anche i clienti sono probabilmente diversi con esigenze disparate: da una parte, l’abbigliamento con le sue problematiche sulle taglie, e le opportunità di coinvolgimento dei clienti, dall’altro l’alimentare con le sue esigenze di risparmio di tempo e soldi (lista della spesa da salvare, abbonamenti a prodotti ricorrenti, promozioni continue, velocità nel checkout, ecc.). La cartina di tornasole: lo zoom per le immagini — macroscopico — c’è sia per i tessuti, che per le confezioni di caffè. Peccato che per l’abbigliamento l’immagine sia troppo piccola, soprattutto a livello di categoria, mentre i package dell’alimentare sono orrendi online, sempre. Meglio il prodotto sfuso.
  4. I testi sono molto da catalogo standard, non parlano al compratore/fan. Non c’è nessun collegamento alle storie dei produttori, che sono la vera differenza tra i prodotti Altromercato e quelli del supermercato. È davvero “uno scaffale” online.
  5. Vendere tutto non sempre è la scelta migliore: in questo caso, ci sono troppi prodotti e categorie, tutti democraticamente con lo stesso spazio, ma che danno all’utente un senso di smarrimento, di blocco da “troppa scelta”. E poi, è quasi Natale, dove è lo store manager? Dorme? Perché non c’è la selezione natalizia nel periodo che porta la maggior parte delle vendite, oppure è in basso, seminascosta e (mioddio) punta al sito istituzionale allontanando i compratori dall’obiettivo? Inoltre, non è detto che un prodotto che offline si vende si venda bene anche online, e viceversa. Serve selezionare a seconda del mezzo. Qui manca la valorizzazione dei prodotti civetta (per esempio, le mug da pochi euro), che fanno sì che l’utente sia invogliato a mettere nel carrello prima, e a diventare cliente poi (quindi un contatto qualificato a cui mandare newsletter ecc.).
  6. Non c’è il negoziante “umano” dentro: non ci sono promozioni, prodotti consigliati, focus di contenuti non commerciali, che vengono immessi solo nel sito istituzionale o sui social media
  7. I social media non promuovono lo store, se non marginalmente, consolidando l’effetto “corpo estraneo”. (Ehi, vi siete iscritti a questo proposito al Digital Update Social di gennaio?)
  8. L’area dedicata alla consegna, spese di spedizione, contratto e restituzione è il regno dell’avvocatese. Dopo essere passati di lì, sicuramente ci pensate due volte prima di comprare, non c’è rassicurazione su quali prodotti possono essere restituiti e quali no. Le spese di spedizione non sono chiare, e vengono applicate a peso (non lo vedevo dal 2000): come faccio a sapere quanto spendo? Devo tenere a mano il conto di quanto pesa un maglione, un set di tazzine e mezzo chilo di riso? E non mi pare ci sia (non l’ho trovata) la soglia per la spedizione gratuita, grave mancanza, per aumentare lo scontrino medio.
  9. Dopo aver messo un prodotto nel carrello …vengo mandato alla pagina del carrello! Avanti e indietro, avanti e indietro per continuare la spesa, due palle. Di sicuro non invoglia a continuare. Inoltre quando vengo rimandato indietro, torno alla pagina di ricerca avanzata. In pratica, ricominci da capo, in un catalogo di millemila prodotti. Non va bene.
  10. Al solito, appena provi ad acquistare arriva il messaggio “identificazione cliente”. Che è, volete farmi i raggi X, prendermi le impronte? Insomma, la solita registrazione obbligatoria con parole inibenti, che fa perdere il 70% dei possibili clienti, quando basterebbe far proseguire il cliente liberamente e senza traumi, semplicemente con parole diverse e meno terrorizzanti. E ancora, basta con la scelta dello username, la mail è più che sufficiente. Anzi, manca il social login di Facebook, che facilita molte cose. Inserire “Autorizzo Buy.it Srl ad utilizzare il mio indirizzo e-mail a fini marketing e promozionali di terzi.” con il box pre-selezionato è scorretto e illegale. Il checkout torna al carrello dopo aver inserito tutti i dati, macchinoso e lungo.

Però alla fine sono arrivato al termine, e ora aspetto con impazienza la quinoa, la cajita bio, il tè, l’orzo e tanta roba buona :)

Per dare un’occhiata allo store online di Altromercato, e mettere i vostri commenti sotto, seguite il link.

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Pubblicato da

Gianluca Diegoli

Nato davanti alla TV ma con un'esperienza ventennale di management su digital marketing, ecommerce e comunicazione online per le maggiori aziende italiane. Ho creato il progetto di formazione Digital Update con Alessandra Farabegoli e insegno digital marketing all'Università IULM di Milano. Ho scritto Mobile Marketing per Hoepli, Vendere Online per Sole 24 Ore, Social Commerce per Apogeo, e 91 Discutibili Tesi per me stesso.

19 thoughts on “[Ecommerce checkup] Altromercato vende online”

  1. Perché poi il miele dall’Argentina, ma in Italia produttori che rispettano le stesse policy e che sono anche BIO non ci sono?
    Davvero faccio fatica a giustificare alcuni prodotti.

    Che poi, il miele sarà anche bio, ma è arrivato via nave e/o aereo… boh, sarò io.

    1. eh, questa è una questione infinita del commercio equo. In realtà, rispetto a tutta l’energia e l’inquinamento che serve per produrre un prodotto (inclusi concimi, corrente, acqua, ecc.) uno studio dimostra come il trasporto via nave anche da paesi lontani pesi per una minima parte. Poi capisco il ragionamento, potendo compro volentieri il miele sotto casa, ma meglio quello argentino prodotto con cura per l’ambiente e le persone, rispetto a quello industriale italiano.

  2. Questa è l’analisi che faccio quando mi affidano un ecommerce già online, dopo, il 90% delle volte perdo il cliente. Ma sono più contento così.
    Sei un grande.

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