Lo strano caso del padiglione giapponese

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Foto di VareseNews

C’era una volta una persona che entrando in Expo, vedendo tutti i padiglioni vuoti, decise di fermarsi a curiosare al padiglione giapponese. Un paio di tizi, anche loro piuttosto tristi in quanto Expo sembrava un posto desolato, una cattedrale di padiglioni di design contornati da qualche camion della porchetta come a Bagnocavallo di Romagna, se ne stavano lì fuori: seduti nella panchina di fronte, non vedendo uscire il coraggioso primo visitatore, si incuriosirono.
“Perché ci sta mettendo così tanto?” disse il primo. “Boh, ci sarà una giapponese bellissima” “Oppure è molto lungo da vedere”. “Senti, ci andiamo?” “Ma vuoi passare del tempo in un padiglione giapponese quando nello stesso tempo puoi visitare tutto il globo a sud dell’equatore?” “Ci deve essere qualcosa, lì dentro” “Vabbene, andiamo”.

Il tipo che gli aveva venduto il panino con la porchetta osservò i due entrare nel padiglione giapponese. Siccome aveva un sacco di tempo libero, visto che nessuno si filava il suo street food, cominciò a guardare l’uscita del padiglione. Nessuno usciva. Cominciò a preoccuparsi. Sarà in corso un rapimento a cura di ignote forze del male? Terroristi delle isole Vanuatu decisi a far deviare lo scarso traffico verso il loro padiglione/agenzia vacanze? E questi non escono mica. “Come sono i padiglioni qui vicino?” chiese un padre di famiglia indeciso mentre comprava la porchetta. “Ma, non lo so, non mi sono mai mosso dal mio apecar, ma guardi, quello del Giappone sembra molto lungo da visitare. Oppure c’è qualcosa dentro di strano perché non ho mai visto nessuno uscire.”
“Bambini, tutti verso il Giappone” disse ai figlioli mentre con Whatsapp l’amico gli chiedeva come era e soprattutto che diavolo era Expo. “Stiamo andando al Giappone, sembra sia meraviglioso” gli messaggiò.

Il nostro porchettaro cominciò a preoccuparsi quando nemmeno la famigliola ne uscì, almeno prima dell’orario di stacco, in cui veniva suo cugino Vincenzo a dargli il cambio. Il giorno dopo, quando tirò su la serranda e mise la porchettona triste e avanzata sul grill, notò che c’era una piccola fila di persone, pronte ad aspettare per entrare. Scese dall’apecar e andò loro incontro. “Ma perché fate la fila?” “Si dice che il Giappone sia un padiglione lungo e meraviglioso” “Ma si sa cosa c’è dentro?” “No, ma se si dice così, qualche motivo ci sarà”. Giusto, pensava il porchettaro. Del resto, non aveva ancora visto nessuno uscire. Ma poteva essersi distratto, pensò, e non doveva farsi suggestionare, che già tutto quell’odore di senape cominciava a farlo dormire male.

La gente in coda passava il tempo a dire su Whatsapp e Facebook che era in coda per entrare al padiglione giapponese. Il tempo non passava mai, fermi lì sotto al sole o alla pioggia. Ma oramai erano avanti nella coda, non si può perdere la priorità acquisita, a ogni costo. Dieci anni di call center ce lo hanno insegnato. Intanto il porchettaro stava cercando con il suo Android su Google “cosa c’è nel padiglione giapponese”. E niente, uscivano solo foto e post di gente in coda, che aveva sentito dire che dentro c’era qualcosa di unico e irripetibile, che avrebbe cambiato non solo la visita a Expo, ma proprio la loro vita.
“Devo vedere il Giappone, è una questione di vita o di morte” diceva un blogger prezzolato da Expo, che però nemmeno lui era ancora arrivato a vederlo. Però per avere il pagamento si era portato avanti con le consegne.

Passarono le settimane, la coda diventava sempre più lunga, un lungo serpentone che si snodava per almeno un chilometro e al nostro porchettaro sembrava ancora (“mi starò sbagliando, l’uscita è sicuramente dall’altra parte”) di non vedere nessuno uscire. Ma del resto, se ci fosse stato qualcosa di strano, qualcuno se ne sarebbe accorto, dopo tanto tempo. Ogni tanto ricontrollava su Google le foto con “padiglione giappone expo” ma erano tutte o dalla coda, o dell’entrata, o del buio corridoio che introduceva le persone all’esposizione. Poi il nulla. “Probabilmente è vietato fotografare, oppure è troppo buio per farlo, sarà sicuramente così. Oppure avranno dato l’esclusiva alla Sony, le solite multinazionali che impestano la vista con la loro pubblicità perfino qua”.

L’Expo, e il padiglione giapponese, cominciava a dargli gli incubi. Fece spostare l’apecar più lontano, al tranquillo e kitch padiglione del Turkmenistan, dove un ritoccato presidente supremo dava il benvenuto a un padiglione pieno di cibi in scatola usciti dagli anni 70 dell’impero sovietico. E molto più redditizio, perché gli spettatori uscivano subito (mica come quelli del Giappone) e per di più in preda allo sconforto e in cerca di confort food occidentale. La sua porchetta era la medicina giusta al posto giusto.

Però da lontano osservava la coda allungarsi, ormai si era negli ultimi giorni di apertura, aveva visto anche in televisione i servizi al telegiornale che parlavano di tre chilometri di coda, e in cui le persone intervistate erano eccitatissime di essere lì per non perdersi il mitico padiglione giapponese, a tutti i costi, fosse anche trascorrere 24 ore in fila.

Un giorno, a casa, la moglie gli disse “ma ci sei stato al ristorante del padiglione giapponese?” Figuriamoci, solo a pensarlo gli venivano gli incubi. “Io sono andata con la Marisa. Mai sentito un sushi così. Ha davvero un sapore diverso da quello che si mangia ai giappi qua in città.” Poi così, il porchettaro prese a pensare ipotesi bizzarre, quelle che si fanno appena prima di dormire. No, dai, non poteva essere. Epperò, quel “nutrire il pianeta”, qualche dubbio avrebbe dovuto farglielo venire, a lui, il re della porchetta.

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Pubblicato da

Gianluca Diegoli

Nato davanti alla TV ma con un'esperienza ventennale di management su digital marketing, ecommerce e comunicazione online per le maggiori aziende italiane. Ho creato il progetto di formazione Digital Update con Alessandra Farabegoli e insegno digital marketing all'Università IULM di Milano. Ho scritto Mobile Marketing per Hoepli, Vendere Online per Sole 24 Ore, Social Commerce per Apogeo, e 91 Discutibili Tesi per me stesso.

4 thoughts on “Lo strano caso del padiglione giapponese”

  1. Ciao Gianluca, grazie per questo tuo post, bellissimo, l’ho adottato per #adotta1blogger e mentre lo leggevo sognavo di entrare al Giappone… non ci sono riuscita!

  2. Eheheh io che all’Expo proprio non sono riuscita ad andare, mi diverto a leggere questi post sui fantomatici padiglioni con 5 ore di fila all’ingresso! :) Molto divertente il tuo!

  3. In realtà non è niente di che sto padiglione giapponese. Gli italiani pecoroni seguono la massa e vanno dove c’è coda senza chiedersi se la coda esiste perchè è bello o perchè la visita è lunga… Infatti poi tutti restano delusi una volta usciti.

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